Libro audio

- Il cinico
- I mangiatori di patate
- Il nonno, il bisnonno
- Il ballerino
- Il non-illuminato
- L’osservatore, l’osservatore₁
- Il ladro
- Il piromane
- Il claustrofilo
- Lo spadaccino
- Il necromante
- La bestia
Il cinico (su)
Quando si parla di tumori, in un dialogo ad esempio, nasce quasi sempre una contesa tra gli interlocutori: “io sono più salutista”, “io li prevengo meglio”, “il fumo non fa male quanto lo fa la tua pessima alimentazione”. Lo ammetto: molto spesso anche io vengo tirato dentro. L’unica cosa di cui sono scontento è la pessima qualità della conversazione e del fatto che i malati stessi stanno chiusi in ospedale, i parenti molto spesso si fanno spessi e non ne vogliono parlare. Le riviste specializzate sono contraddittorie: pubblicitarie. Se invece chiedo ad un dottore, mi consiglia di mangiare molta frutta fresca. Mi bastava mi diceste: “non si può ancora sapere”.
Sapete? Io accetto il fatto di morire per la negligenza della scienza o di un dottore. Conosco quel fenomeno chiamato incompletezza che genera l’imperfezione. Magari sul momento qualcuno avrà da dire, si potranno risentire, ma la cosa a me non interesserebbe visto che la realtà è questa: non si torna dalla morte. Posso dirlo senza che qualcuno mi sbatta in faccia il paradiso delle torte. Posso parlare senza dover mettere in ordine dei pixel? Commetto un crimine se dico che sto bene quando vado in giro con gli amici? Che non ho problemi ad impegnarmi nel risolvere problemi pur sapendo che ne spunteranno nuovi?
Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri. Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno. Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente, di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili, così non devo lanciare a tutti i costi lanciare accuse a me o ad altri, perdere tempi con le colpe o i meriti. Posso pensare agli alberi, ma non per alienarmi come gli autistici o combattervi come i pastori di alberi, bensì per un altro motivo, che sia il residuo della mia percentuale di vita o salvezza sotto i ferri di un medico e questa ve la spiego: se ho il 70% di probabilità di guarire da una malattia che, tra parantesi, non ho ancora contratto, faccio in modo che il restante 30% venga speso facendo passeggiate nel bosco visto che da morto di certo non avrò possibilità. È una questione di esperienze: la comprensione, intendo. Se guardi la Via Lattea la vedi lontana, ti senti all’esterno, ma è solo perché le distanze tra sistema e sistema non ti consentono la percezione del dentro. È la tua galassia. È un esempio che non capisci perché abiti in mezzo agli edifici. Il cielo di notte lo vedi arancione. Non dico “trasferisciti”, ma considera i limiti della tua ricerca di aggregazione. In città io ci vengo spesso, resto poco e quando torno corro perché non sopporto il rapporto con l’ambiente, non per il pollice verde o la coscienza ecologica: è solo che sento la mancanza di animali e piante. Mi tocca simularle diventando silenzioso, argenteo come le betulle oppure schivo e violento come un tasso. Frusto il mal di testa come i rami di un salice. Come un istrice: non avvicinarti.
Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l’erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia. Sei legato ad un quartiere da amici o da famiglia e non è un crimine se ne cerchi di migliori, dopotutto il compito dei rami è: allontanarsi dalle radici. I miei profili preferiti mi accompagnano: le colline. Sono tutte cose che puoi benissimo capire. Nel frattempo io continuo.
I mangiatori di patate (su)
Cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino, cammino.Arrivo a casa, trovo accesa la stufa, trovo acceso il camino: brucia legna di olivo, sul fuoco passato di zucca, carbonara con salsiccia e panna, focaccia con cipolla. Da bere c’è il tè bancha. La serata si preannuncia lunga. Quando faccio una cena con la ciurma, mi si chiudono gli occhi a mezzanotte e mezza. Vado a dormire in un letto scaldato da una coperta elettrica comprata negli anni ’80.
Accetto il fatto che lavorerò per mantenermi, almeno fino a quando non raggiungerò gli ottanta. La mia situazione economica la affido alle gesta di un mago della bassa finanza che si fidanza col risparmio, che piuttosto che spendere si sostenta a pane ed aglio. Se mi scade il tagliando dell’assicurazione non ho problemi a non pagarlo, posso spostarmi deambulando. Quando vedo in stazione un ragazzo col suo cane, mi verrebbe da interpellarlo, da dirgli: “No ma scusa ti stai sbagliando, con quello che spendi in droga ci paghi l’affitto, ci fai una spesa al supermercato, anzi tre o quattro”, anche se di solito sono io quello che viene interpellato perché vesto un po’ meno sbrindellato e mi si chiede una moneta per un biglietto del treno che era stato calcolato. “Ti sei messo in viaggio senza sapere se disponevi dei soldi per tornare, ma sapendo che saresti tornato? Saresti un genio, ma il tuo è un ripiego collaudato”. Siete in migliaia, non in quattro. Se chiedere elemosine fosse un metodo funzionale, ci sarebbero meno morti di fame che morti di spade – anzi, scusate – di bottigliette di plastica bruciacchiate, che fanno meno male. Io e il mio compare ci spariamo in vena le teorie keynesiane, inaliamo la disperazione del crack del ’29.
Dammi trecento euro di stipendio fisso al mese, e diminuisco sensibilmente le mie pretese. Vivo con poco, mi scaldo col fuoco, faccio la legna dalle potature di un oliveto, dalla pulizia di qualche arboreto, con qualche mio amico degno che ne sa più di me di boschi o di legno. Il tempo che non impiego nel cercare un lavoro fisso serve a reperire materiali gratis o a passeggiare nel bosco a scrivere un libro-disco.
Mentre tu spendi lo stipendio di un poliziotto in una sera in discoteca, io spendo dieci euro di un cocktail per fare la spesa, anche se ormai nemmeno il discount vale più la pena. Lamentarsi dei prezzi rende la gente poco serena, per questo al posto del pane compro farina e lievito. Non scendo in piazza. Sto zitto e medito. Resto in casa e mi faccio la pasta, vuoi la ricetta? Per un etto di farina di grano duro metti uovo, sale, olio. Lavora l’impasto finché non diventa elastico ma sodo. Non dico niente di nuovo, ma solo perché sempre più spesso mi si dimostra che non viene utilizzato quello che ho detto di vecchio. Mi piace utilizzare quello che butti di vecchio. Il mio orecchio è sordo alle grida di dolore del prodotto interno lordo. Il mio orecchio è sordo, ma sono un pessimo mercante. Scialacquo il mio poco contante in pizza, dolci e in quei fumetti che si leggono al contrario. Se mi serve un computer ho un altro amico specializzato nell’installare sistemi operativi di penultima generazione su computer trovati in giro che non girano veloce. Mi affido alle risorse umane, non posso certo mantenermi grazie all’industria musicale. Se una major ci contattasse, ci chiedesse di accettare, prendetelo come un segnale: vuol dire che non c’è proprio più niente da sfruttare. E visto che ci siamo, faccio un appello a quel drappello di agenti preposti ad indagare chi tra i gruppi di adesso varrebbe la pena contrattare. Dunque, vi dico già da subito qual è la nostra condizione contrattuale: ci date trecento euro al mese a testa, in cambio noi vi diamo il master finito del nostro disco, senza prima avervelo fatto ascoltare. Vi facciamo un disco all’anno, due concerti a settimana. Per il resto rimaniamo ad abitare in collina dove stiamo. Non ci trasferiamo a Milano. Siamo fanatici dell’oikos, ci divertiamo ad abitare. Stare in casa è qualcosa di spettacolare. A quelli che mi ostracizzano dalle case auguro una morte innaturale perché io amo le case. Ho amato molte più case che ragazze. Mi piacciono i rapporti abitativi lunghi, ed anche le case da una sera soltanto. Con alcune finiva male quando me ne dovevo andare o quando invece le ho abbandonate. Altre invece sono state il mio castello, la mia base spaziale. Me le sogno di notte e questo mi aiuta a ricordare. La mia casa attuale è la migliore. Non so per quanto ci potrò stare, ma so che sarà intenso. Per quante altre case io possa vedere in giro e sbalordisco è qui che torno a dormire; è qui che abito e sto scrivendo adesso. Riesco a capire quello che conta veramente: case, rapporti, disegni, economia, contante. Preferireste che io parlassi di qualcosa di più interessante, tipo delitti, castighi o memorie dal sottosuolo? Allora leggetevi e ascoltatevi i libri dischi che abbiamo fatto prima di questo. Passatisti, pigri, noiosi, lenti! Datevi una svegliata, fatevi una camminata.
Il nonno, il bisnonno (su)
Il mio bisnonno Cesare, maceratese trasferitosi a Milano, faceva il calzolaio. Abitava con Gemma, un’infermiera che aveva finito il ginnasio. Avevano quattro figli, nessuno di loro battezzato. Nel tempo libero Cesare era impegnato a lasciare volantini di stampo anarchico lungo i percorsi dove gruppi di persone passeggiavano: nella fattispecie, le camminate del dopolavoro fascista. Nascondeva il materiale compromettente dalla vista indiscreta della polizia più o meno segreta stivando i volantini nella culla di mio nonno, onde non passare qualche giornata lieta dentro la caserma. Durante la guerra ’15-’18 si sparò apposta in un ginocchio perché stava al fronte, nel battaglione punitivo, assieme ad altri anarchici messi lì per lo stesso motivo. E lui, ferito, viene riportato a Milano, dove la sua compagna Gemma utilizza la sabbia per tenergli la ferita sempre aperta, in modo che non torni in guerra. Dopo un mese la truffa viene scoperta: sarebbe stata galera certa, salvo che un prete, in cerca di fama in fretta, fa ad entrambi una proposta: “prendete i sacramenti ed io non vi faccio finire in cella!”. Così sul giornale appare un articolo sensazionale: “Anarchici convertiti! Guardate il regime cosa può creare: Cesare e Gemma sposati ed i loro figli battezzati, cresimati, comunicati”. Quattro generazioni più tardi io i suoi principî li ho conservati: uno – quando c’è da pensare alle persone Che Guevara va nel cestino; due – il fucile rivolto contro sé stessi può portare a vivere meglio.
Ennio Quirico – da qui il nome Ennio, mio nonno – comincia a lavorare presto; altrettanto presto scopre di essere portato per suonare uno strumento, la tromba: quindi di giorno sta nel laboratorio di pelletteria, di sera, invece, studia nel conservatorio. Ricerca ogni occasione possibile per suonare in giro: dalle orchestre, che al cinema sonorizzavano film muti, ai sotterranei, dove ci s’incontrava in segreto a suonare spartiti vietati – quelli americani, accusati di essere sovversivi, quindi non adatti ai divertimenti dei regimi. Ma a mio nonno questo non bastava: infatti indossava la divisa del Gruppo Universitari Fascisti e poteva suonare in una vera banda con tutti i crismi. Suo padre Cesare, sapendolo, si adirava, ammonendolo che avrebbe applicato il dolo del fuoco, se avesse visto in giro per casa la divisa in nero che mio nonno nascondeva nello sgabuzzino. Ed i rapporti di infuocata tolleranza continuano fino a quando Ennio entra nella seconda guerra. Mandato in terra di Sicilia – nel suo zaino fisarmonica e tromba, le bombe a mano le usa come cuscino – assiste allo sbarco degli americani, si arrende alle loro superiorità militari e lui e il suo battaglione vengono fatti prigionieri e portati in Tunisia, in un campo di prigionia dove vengono trattati a tre pasti al giorno: meglio che a casa, dove c’era la tessera per prendere il pane. Mio nonno firma la cobelligeranza, in quattro anni di prigione mette su una banda e suona per chi balla od ascolta, in quella galera sabbiosa dove la terra scotta.
Cosa imparo questa volta? Niente è più importante di quel che voglio fare, che ci sia la guerra di mezzo, il giudizio di mio padre o di un uomo comune, di un opinionista, lavoratore, pendolare, centro sociale. Adesso parlami di saggezza e politica di alte sfere o popolare, raccontami quello che hai letto nei libri: vedrai che a me vengono i brividi perché posseggo desideri ibridi. Ascrivimi ai pusillanimi, o dettagliami in modo stupido dicendo che non so decidermi, e schiantati nei fatti di attualità paragonandoli alla storia passata con ricercata pindaricità. Io ti vengo a trovare, ti racconto cosa significa la trasversalità, metto un volantino sulla passeggiata del tuo dopolavoro, suono alla tua festa, e alla festa del tuo nemico; dopodiché, per salvarti da un pericolo, passo per stupido, stronzo o ridicolo. Posso scegliere autonomamente di fare o non fare quello che mi dicono.
Il ballerino (su)
Avevo undici anni, a scuola odiavo quasi tutti i miei compagni: impossibile adeguarmi, non riuscivo a riprodurre le dinamiche viste nei programmi di Gianni Boncompagni. Andavo a scuola a piedi con mia sorella: non c’era nessuno ad accompagnarmi, i rapporti con gli altri erano traumi per ribellarmi. Ero un pirla. Disegnavo animali e mostri, frequentavo corsi di danza moderna, in modo da oppormi a quella tendenza che porta un ragazzo verso il calcio, lontano dalla scienza. “Gli sport di squadra sono una merda!”: fu proprio questo il motore della mia scelta. Ascoltavo Michael Jackson e la dance più zarra in cassetta. Due giorni la settimana ballavo in palestra, poi, a casa, provavo passi nella mia cameretta. L’insegnante di danza era efebico. Io vestivo con la tuta da ginnastica e le espadrilles, ed ero supremo e patetico; e sopratutto l’unico maschio in mezzo a ragazze che ballano, che si cambiano nella stanza di fianco, che mi fanno pat pat sulla testa: uno smacco per coloro che dopo gli allenamenti di calcio passavano il tempo a constatare reciprocamente le misure del loro cazzo. Purtroppo, è considerato più eterosessuale guardarsi tra maschi per determinare chi sta nel club dell’età puberale, piuttosto che farsi circondare da ragazzine vestite attillate che fanno discorsi sulle loro relazioni presenti e passate.
Per questa dicrepanza la situazione cominciò a pesare: le categorie create dagli adulti mandano sempre tutto a puttane. Una ragazza più grande in palestra mi interpella con in mano una cartella e una penna: vuole farmi un test per verificare se inizio a manifestare qualche tendenza omosessuale. Fu quella la prima volta che ebbi a che fare con la scienza dozzinale di molte studentesse universitarie iscritte a psicologia. A parte, quando tornavo a casa, fuori dalla palestra mi aspettavano gruppetti di coetanei che mi motteggiavano: facevano il gesto della fellatio, mi chiedevano se mi facessi le seghe, se fossi pazzo. Avrei saputo cosa rispondergli, se le mie scelte fossero state inerenti agli argomenti che questi ragazzi mi sottoponevano, ma di fatto stavo zitto e tiravo dritto. Al tempo i miei genitori non mi avevano ancora spiegato tutto – anzi, niente, a parte la morte – quindi per me esistevano solo i cartoni animati, le merende, le guerre contro gli altri, combattute con armi incomprensibili, eserciti che parlano lingue diverse, con genitori come generali che estinguono i moti naturali, determinano le cause perse, facendo sì che battaglioni di figli si fronteggino, si sparino addosso reciprocamente perché non riescono a capire la lingua con cui l’avversario dice “mi arrendo Siamo amici?”. Altrimenti, io in primis avrei smesso di sparare subito. A tredici anni, ho capito che la mia voglia di muovermi a tempo, di partecipare in modo dinamico all’ascolto, si concretizzava nella batteria. Se ci fossero dei metodi per incanalare le propensioni di un ragazzino, avrei iniziato a suonare la batteria a undici anni e non dai sedici in avanti, senza amici batteristi od insegnanti: così adesso sarei super tecnico, farei il turnista, il purista del metal o delle salse merengue, farei cover hard rock invece di queste arringhe, berrei whiskey invece di succo di frutta ed aringhe, parlarei di lavoro invece di Omote Renge e Sharingan. Potrei fare invidia a tutti quei miei coetanei con la macchina un po’ costosa, che hanno imparato la sessualità dalle spiegazioni del fratello più grande, che dicono di saperne sulle donne perché ne hanno avute tante. È come dire di saperne di meccanica avendo posseduto questa e quest’altra macchina, ma non avendone mai smontato un pezzo. Vi basta vedere che sto zitto e tiro dritto per essere convinto? Posso distruggerti in un attimo, facendo una piroetta in pubblico!
Il non-illuminato (su)
In questo momento, per terra: pietra, lastrico, arte vecchia. Lontano, dirimpetto: il corvo grigio. Il suo rispetto evita il discorso. Salsedine (sedie) nelle strade. Pensiero elementale: pietra, acqua, barca, gente in festa. Sono in piedi, sono seduto. No, sono in piedi. Cosa faccio? Guardo gente. Inversione: mi guardano, tutti e cinquemila e quattrocento. Approssimativo il mio calcolo delle persone presenti in questa piccola piazza. Ho cercato di contare una folla. A cosa mi serve? Anzi: dove sei? Dietro quella colonna non ho ancora guardato. Una colonna di acciaio temprato e trasparente mi contiene, mi divide completamente da una quantità di gente. Se qualcuno mi dovesse avvicinare, anche da ubriaco capirebbe che ho corso. Sono già stato scoperto, eppure continuo a mantenere il sospetto. Se tu mi avessi visto correre chissà cosa avresti pensato: “no, di nuovo?”. Capisco, è più importante incontrarti per confermare i miei sospetti anziché incontrarti e basta.
Un minuto fa cercavo la parte più alta della piazza. Aguzzavo la vista – e sono miope. Volevo superare il limite fisico dell’occhiale, guardare oltre, scansare i portici, decolorare le zone già indagate, ma già stavo male: facevo fatica a contare. Le operazioni di curvatura dello spazio riescono quando sono sereno, ed io premevo in questo luogo con le case troppo vicine, queste impervie condizioni abitative. Città oscura. Sono in grado di trovare una persona in una piccola città solo quando è lei che voglio trovare, solo quando il caso non mi dice che sto facendo male. “Stai zitto! Tieni separato il piano immaginario da quello pratico!”. Troppo tardi, e non è mai presto, anzi: non è mai. Sta di fatto che ci sono bancarelle ed impianti con musiche diverse, gente che entra ed esce. Sto mantenendo un numero di comportamenti artificiali che va oltre le mie possibilità reali. Se non è successo qualcosa vuol dire che sono io l’illuso di via del Campo. Quali di questi aggettivi mi sta meglio? Due punti: mi arrendo. Vorrei spaccare qualcosa e dopo un secondo non più.
Quattro minuti fa il mio cappotto era di troppo. Stavo correndo. Orientarmi in posti che non conosco mi riesce davvero bene. Lo dici solo per coprire altre voci che bisbigliano. Tanto non serve. Vedremo. Vedremo l’immagine di un ponte e di un incontro illuminante taumaturgico. Il suono rotondo ed inerziale di ipotesi e conclusioni che combaciano. “Cos’hai detto?”. Niente. Non ti fermare. Stai zitto anche tu e ricordati l’ultima volta che hai corso. Tra un po’ sarà tutto finito. Tornerò composto. Tornerò temperato. Porrò fine a questo slancio che mi sono inventato. Un abbraccio forse, sicuro una stretta di mano. Un saluto, un discorso, un incontro delizioso. Scalini, archi, chiavi di volta. Mi ha dato di volta il cervello. Non sei tranquillo, stai correndo: parapetto. Non sei tranquillo, stai correndo: pasticceria chiusa. Non sei tranquillo, stai correndo: scendo una scalinata. Non sei tranquillo: eccomi. La piazza è questa: è piena. Faccio una telefonata. Ascoltatore, non so quali siano i momenti in cui provi più dispiacere. Vedendo morire parenti o sentendo bambini gridare. O che altro? Non so. Sono situazioni estreme, che si verificano raramente. Quello che avviene spesso e che ha lo stesso potere di dispiacerti sono avvenimenti che sono solo dei riferimenti a queste situazioni estreme, giustamente dolorose. Per questo comprendimi. È spento. Mancanza, stupidità, vuoto nello stomaco e rabbia perché sto provando le stesse cose che gli altri provano. E rabbia alla seconda perché non dovrei. Divento ancora più scemo. Respiro affannoso. Osserverò i presenti uno per uno. Locali pieni fuori e dentro. Dentro di me voci. Ormai è andato. Ormai è andato. Ormai è andato.
Quindici minuti fa mentivo, anzi, plasmavo i costrutti di una situazione cambiando gli aspetti di urgenza, innestando una parvenza umoristica alla faccenda. Esco, vado a fare merenda: voglio una torta. Persone con cui non sono ancora entrato in confidenza mi fanno notare che alle due e mezza non posso trovare una pasticceria aperta. È una risposta semi-sonnolenta. La ignoro chiudendo furtivo una porta. Esco di fretta. Una voglia astratta coperta da una falsa voglia pratica assurda. Quello che cerco è ancora più improbabile che trovare torte alle due di notte. Potrebbe farti ridere perché lo ritieni impossibile, per me invece è solo molto difficile. Alla fine riesco sempre a trovare quello che cerco, ma stanotte no, mi sto sbagliando e me ne accorgo perché mento e affretto il passo. L’improbabilità di un’ipotesi è esponenzialmente proporzionale all’improbabilità delle menzogne che invento per farla verificare.
Trenta minuti fa ricevevo indicazioni spazio-temporali che decostruivano il mio senso dell’ordine. Tutte le persone conosciute nei giorni precedenti, ordinate nello scaffale, classificate per comportamenti. Segnali, prossemica, scelta delle parole. Dallo scaffale più alto tu pratichi mosse repentine per sfuggire alla classificazione, mi costringi ad ampliare ogni tuo dato analizzabile, ad abbandonare le mie immaginarie pagine. Mi tocca scendere in strada a cercarti per dettagliarti. Sono curioso. Nel mio caso, il momento di piacere massimo è quando mi rivolgi la parola ed io non me lo aspetto più che il tuo aspetto, il contatto o quello che i miei consessanei si aspettano. È vergognoso e inaccettabile che un ragazzo di ventisei anni pensi all’ordine, alla sorpresa, alla presenza, all’estetica pura quando i suoi contemporanei inseguono gli elementi meno soddisfacenti come sesso e sentimenti. A dire il vero non riesco a dare nomi a ciò che inseguo. Non sono ricerche collaudate. Il valore di un mio errore non sta nei tentativi multipli, ma nell’occasione, nel momento di contrasto volontario o involontario, nell’utilizzo di spiegazioni assolutamente non necessario. Uno spreco in questo caso, perché tra trenta minuti noi non ci incontriamo.
L’osservatore, l’osservatore₁ (su)
Mi sveglio alle tre del mattino. Percepisco che sono in giro. Cammino disperso nello spazio cittadino, dove noi non c’incontriamo, né tra mezz’ora né mai, però tre mesi dopo, ad esempio. Rivedo situazioni avvenute nello stesso spazio, ma in diverso tempo. Ricomincio. Mi sveglio, percepisco lo spazio intorno a me, come la mia stanza da letto, pavimento tavolo finestra tetto. È una visione rassicurante. Io sono una persona pedante: per quante volte guardi la stessa immagine, questa non passa inosservata. È un’abitudine consolidata: osservo la realtà che tu dai per scontata come Monet con la Cattedrale di Rouen in diversi momenti della giornata. Mi sveglio, esco di casa. Noto particolari nuovi anche se faccio sempre la stessa strada. È un’abilità innata: si chiama “percezione”, e alle altre persone non credo sia stata donata. La mia superbia viene alimentata dalla praticità distratta di chi non sblocca la parte destra del cervello. Mi sveglio, guardo un muro bianco e dopo due ore che lo guardo è grigio. Vorrei discutere con voi di un colore, disponendo di un atlante Munsell od NCS: quanto ve ne importerebbe? Quanto vi annoiereste? Quanto cerchereste nuove realtà, visto che questa non la volete perché non la sapete intendere? Mi sveglio, e tutto attorno ci siete voi. Io – giuro! – non vorrei dare giudizi, lo faccio solo per stare a galla od accontentarvi. La verità è che avrei bisogno di essere immortale al solo scopo di osservarvi. Mi sveglio: intorno a me paesaggi, colline, alberi, pioggia, energie radianti, edifici sovrastanti, animali vivi e decomposti, case abitate, avamposti, cartelli di segnalazione dossi, sabbia, erba e fossi, industrie ed impianti, disegni – i nostri, disegni – i vostri, terrazze, scale e pianerottoli. Descrivo la realtà coi miei metodi enciclopedici, ovvero: ti spiego gli oggetti indicandoteli, oppure facendo chilometri insieme per poi chiederti un’intersezione della mia più la tua osservazione. Mi sveglio, e naturalmente tu hai da fare, impegni inderogabili da cui non ti riesci a districare, modelli di comportamento impossibili da sradicare. Il mondo non viene comandato dai soldi o dal sesso, ma dal non voler provare quel senso di scomodità che percepisci quando ti si presenta qualche nuova possibilità. Mi sveglio, e sono l’unico a vedere la realtà con tutta questa limpidezza, senza relativismo – quindi mi sbaglio, perché sono il solo a pensare che la realtà sia una sola, e ciò che tende a differenziare la visione è l’immaginario proprio delle singole persone. Mi sveglio, ricordo ogni mia proiezione su quello che potreste pensare. Ormai gli alberi e le case non hanno più niente a che fare col vivere immersi nel reale. Sperare in un cambiamento è come sperare che piova guardando un cielo pieno di nuvole: è inutile, ed aumenta la distanza tra una persona e la comprensione del reale. Mi trovo a desiderare solo quando me lo chiedono, per pura convenzione. A volte rispondo, invece, che non desidero niente, e sono confuso. Ma il mio interlocutore teme più della morte il lasciare un discorso inconcluso: ricorre all’uso di una metafora, quella del genio della lampada. Nel mio caso, i tre desideri a cui l’interlocutore ha lontanamente alluso si staccano completamente dal reale: sono la chiave di ciò che cerco di mantenere chiuso. Mi scuso, non lo potevate sapere: cerco di mantenere separate le due sfere, anzi!, la figura sfera del reale e il frattale a spirale dell’immaginario che possiedo e che una volta aperto dai vostri inutili quesiti si sovrappone di prepotenza ai miei discorsi più sensati. Comincio a vedere cose che non esistono.
Lo percepisco quando parliamo della stessa cosa nella stessa lingua: tu citi le fonti e fai bei discorsi, ed io sono costretto a nasconderti che ciò che penso me lo invento, perché potresti non credermi, o dirmi che non vale credere nel momento, che piuttosto è meglio usare il tempo per ricercare verità passate, con la scusa che non c’è più niente di nuovo da coniare. Lo percepisco quando in ambito professionale mi rendo conto che nessuna delle cose che so fare può darmi direttamente da mangiare. Il mio lavoro è farmi bastare i soldi, utilizzare i mezzi che posseggo immaginari per generare nuovi comportamenti ed inserirli in nuovi contesti, imparare lavori che tu non vorresti, ampliare i miei confini per fare quello che tu non riusciresti. All’anagrafe mi segnano sempre tra gli studenti: non possono certo scrivere “creatore di modelli, immagini, libercoli”. Lo percepisco quando leggo un libro e ci sono dentro: smetto di leggere e sono fuori, mi rimetto a leggere e sono dentro. È incredibile! Allora non è solo quel personaggio di Michael Ende che ci riesce. Si percepisce leggendo i fumetti, che sono meglio dei libri. Ma forse non mi credi, e pensi che siano storie per bambini, e preferisci immergerti nella saggistica per sentirti più serio, o nei libri scritti dagli attualisti per avvicinarti ai fatti. Io sono lì ad aspettarti, all’uscita della libreria. Non aspettarti che io faccia pulizia dell’editoria: tuttavia, il mio immaginario contro il tuo si scontra. Ti lego ad un palo, ti sequestro la borsa: “Cos’hai comprato? Vediamo un po’. Un libro scritto da un blogger? La biografia di rockstar morte? Un libro sul sesso, le barzellette? Torna dentro e compra Tolkien, altrimenti andiamo a botte!”. Leggo solo ciò che nutre, ed il disegno legato al testo velocizza l’assunzione, distruggendo la concezione di studio uguale sacrificio con la quale sei stato nutrito. Lo percepisco quando ascolto dentro e intorno: sintetizzatori hardware o software generano immagini matematiche come le equazioni da cui provengono. Non m’interessano i contesti sociali dai quali i gruppi musicali provengono, a meno che non si tratti di alieni, navi spaziali od antichi guerrieri più o meno medievali. Ascolto solo i brani che ritengo evocativi, non ascolto i gruppi solo perché mi dici che sono troppo fighi. Ho bisogno di nutrire sfere esistenziali che tu nemmeno concepisci. Cosa m’importa di sapere che questi e questi gruppi sono stati capostipiti? Quando ascolto certi pezzi di elettronica, vedo Flatlandia, uccido il Buddha, percepisco lo sturm und drang di Achab in tempesta contro la balena bianca. Ho la testa fatta di nubi, mentre tu mi chiedi quali sono i miei preferiti tra i gruppi rapper italiani, fidati, la risposta non è un indizio per conoscermi: ascolto il rap per surrogare dei dialoghi, per ascoltare dei racconti che, magari fossero anche interessanti, ma molto spesso certi dischi li tiro contro il muro dopo appena sette ascolti. Lo percepisco appena dopo aver tirato un disco contro il muro: nel punto dell’impatto c’è un segno scuro che si muove. Lo guardo per essere sicuro che non si tratti di una scolopendra, un ragno, o addirittura un ossiuro. È una madeleine di Proust. Mi introduco curioso in un mondo fatto di nematodi, platelminti, parassiti e vermi. Mi siedo sui villi intestinali: allora è così che avvengono gli assorbimenti dei boli alimentari trasformati in elementi nutritivi! Sto vivendo un’esperienza intracorporea, oppure sto solo immaginando di viverla? Che differenza fa? Mi sveglio, e percepisco che ero solo assorto, non ero morto e non stavo dormendo, anche se coi sogni lucidi che faccio, con difficoltà distinguo quando sto sognando da quando sono desto. Lo percepisco al funerale di mio nonno, parenti tutto intorno. Alcuni piangono, io e mia sorella impassibili, mentre i becchini seppelliscono una bara in un buco di terra. Uno dei seppellitori si gira e mi guarda: è un cinquantenne di grossa taglia, indossa una cuffia con il logo dei Sepultura. Oddio! Io accetto la surrealtà con molta più ilarità che paura. Purtroppo non c’è nessuna scusa che mi permetta di ridere al funerale di un mio parente. Certi modelli comportamentali a me non vanno proprio bene: la gente li usa solo per comodità e perché non possiede una vasta immaginazione. Mentre penso a questo, mio nonno apre la bara e mi indica fra lo stupore parentale, mi dice: “Hai ragione. Ti sarà sempre più difficile separare il piano immaginario da quello pratico. Quindi fai in modo che si permeino, che si permutino, che collassino”. Grazie nonno, sapevo che non eri solo buono a brontolare e picchiare mio padre! Hai cambiato la realtà con un tocco. Intorno a me succedono cose che non esistono. Vedo esistere entità provenienti da una dimensione senza forma e senza nome, solo che a differenza di uno Cthulhu o Yog-Sothoth non sono necessariamente nefaste od orrorifiche e nemmeno candide e benefiche: sono volontà ermetiche, autonome, che percepisci per un attimo, che appaiono evocate da formule magiche, non ancestrali od arcaiche, bensì nascoste nelle frange invisibili del caso, in un presente che non può essere toccato.
Il ladro (guarda il video) (su)
Quella notte ho fatto un sogno: mi trovavo dentro casa, mi affannavo alla ricerca di un oggetto, mi perdevo nella smania. Cominciavo la ricerca da un cassetto, perquisivo uno stipetto, sollevavo un foglio, un libro, un piatto. Cercavo in alto, sull’armadio, a tatto. Non mi arrendevo al fatto che il mio ordine perfetto fosse incrinato da un microscopico dettaglio, quindi scollavo profili e stipiti, spostavo i mobili, rivoltavo zaini e tracciavo dei tragitti che all’origine hanno i buchi nelle tasche dei vestiti. Investigavo i posti più improbabili, come le travi del tetto, i davanzali, i flaconi di prodotti vuoti o pieni, le pagine dei libri: qualsiasi luogo dove quell oggetto sarebbe potuto essere stato messo. Avevo quell’atteggiamento maniacale di chi non vuole più pensarci, ma sotto sotto continua a cercare qualcosa in modo indefesso, e poi vîola la consecutio temporum.
Mi sveglio. Resto riverso diversi minuti nel letto con un occhio aperto ed anche l’altro. Una contrazione dello stomaco, un lieve peso sullo sterno. Quando faccio un sogno lo conservo, lo ripercorro appena sveglio, poi me lo segno sul quaderno: così ricordo. Quindi mi accorgo che tra le tasche, i mobili, gli stipiti, l’unico dettaglio del sogno in grado di confondermi, di inquietarmi, di contrarmi gli organi, è il non sapere cosa io stessi cercando. Mi alzo. Penso a cose pratiche, ai discorsi di persone antipatiche che mi direbbero che è solo un sogno, ignorando che è la mia testa ad averlo prodotto, e che ricordarselo e capirlo aiuta a rafforzare il rapporto con l’inconscio. Rimango immerso nelle immagini: i miei gesti automatici mi consentono la colazione. Apro le ante: ingredienti e tazze, pane a fette, marmellate, uova rotte. Esco di casa, chiudo le porte. Ho delle liste di cose da fare annotate in maniera maniacale sopra lastre di carta quadrettate. Devo entrare in un negozio per comprare materiale elettrico, quindi mi dirigo, arrivo, accedo all’esercizio. Spingo la porta: mi accorgo che il sogno di ricerca non ha ancora abbandonato la mia testa. Ho un’espressione assorta, sono visibilmente turbato. Il commesso mi guarda, io cerco fra gli scaffali un articolo che mi sono commissionato. Il mio atteggiamento pensieroso, distaccato mi classifica agli occhi del negoziante come qualcuno che potrebbe aver rubato. Mi guardo attorno, mi sento osservato. Forse mi sbaglio, forse me lo sto immaginando. È un disastro. Faccio il disinvolto. Cerco di stare attento a quanto sto fermo, a quando faccio un movimento, tanto che, all’esterno, negoziante e commesso hanno la certezza che io mi sia messo in tasca qualcosa: forse un tassello, un attrezzo, mezzo metro di cavo elettrico, un tubo di silicone che renda il mio pensiero ermetico? Siamo al punto che ogni mio gesto alimenta il sentimento del sospetto ed ogni sguardo alimenta una certezza: lo spettro della completezza. Arrivo al punto di bramare la sapienza su cosa un’altra persona pensi. Se scappassi adesso dal negozio sarei un ladro in ogni caso, che io abbia ragione, o che mi sia sbagliato. Ci vuole un piano: qualcosa di contorto, articolato, che mi liberi dalle supposizioni, che distrugga i dubbi di commessi e negoziatori. Mi presento alla cassa e pago, iniziando il mio discorso: “Voi credete che io sia un ladro? Perquisitemi! Cancellate il mio reato!”. Questi mi squadrano; riluttanti, eseguono: mi spulciano, non trovano, si scusano. Allora avevo indovinato! Mi piace indovinare. Mi piace che gli altri non indovinino. Saluto pacifico i due uomini che mi salutano. Mentre esco, mentre non mi vedono, punisco la loro sfiducia rubando un articolo: un condensatore molto piccolo. Torno a casa e penso subito a dove nasconderlo: dietro un mobile? nel cassetto del tavolo? dentro uno zaino? nell’armadio? No, ci vuole un posto più subdolo, tipo sotto l’intonaco, in modo che quando passo nei pressi di quella parte di parete io sappia perfettamente perché faccio certi sogni e perché la gente nei miei confronti tiene certi comportamenti.
Il piromane (su)
Duemilaotto. Ho diciassette anni, e quando voglio buttarmi nel fuoco dei rapporti personali arrivi tu, umano, e tiri fuori gli estintori: lanci polvere ignifuga inerte che spegne automaticamente le mie pulsioni. Ho bisogno di equilibrio, e per compensazione è l’incendio che si contrappone all’essere esposti al pubblico ludibrio: “guardatelo, piange!”, “guardatelo, è diventato rosso!”, “fornisce un parere non richiesto”, “guarda come i genitori lo vestono”, “ti lasciano a casa da solo con il rubinetto del gas aperto?”: certo, altrimenti come posso prepararmi da mangiare? “Cosa stai facendo? Per accendere un fuoco devi essere scout!”. Come no, guarda! Mio padre insegna: diavolina, carta, legna piccola! A dieci anni con questo metodo ho dato fuoco a una casupola. Quando qualcuno mi manipola, mi dice che sono ridicolo, gli lavo il motorino con benzina e poi lo asciugo con fiammifero. Dai, che poi te lo ricomprano! A scuola i professori mi ricoprono di insulti: “non studi!”, “non ti impegni!”, “sei meno di quello che potresti!”, ed io li prendo sul serio. Capisco in modo tardivo che, mentre gli umani mi denigrano, io nel mio piccolo mi sento creativo: non è vero che non so fare niente, è solo che imparo più velocemente giocando che leggendo un libro. I miei problemi di adolescente li traslo nello spazio ricreativo: scopro la chimica dall’empirismo bruciando materiali e detersivo. Ogni giorno imparo e vi trasmetto il mio sapere: scopro l’utilità delle cose incendiando il tuo cellulare; prima che tu vada al mare, fuoco agli ombrelloni, sdraio, asciugamani. Devi vedere le vampate dei tuoi cari che si propagano dai loculi dei cimiteri. Mi piace farti mancare la terra sotto i piedi, e finalmente ci sentiremo uguali, umano, e potremo parlare mentre guarderemo bruciare la tua casa, la tua macchina, il tuo locale circostanziale, la tua copia di giornale, ogni tuo effetto personale, umano, una fabbrica abbandonata dove si è svolta una festa drogata, il negozio di vestiti, borse, zaini, i tuoi DVD preferiti. Hai un potere su questi oggetti, ma tu li lasci inutilizzati, ed eccomi qui: rispetto i patti, tu mi castighi per i miei slanci, mi insegni le regole per comportarmi, ed io ti spiego la catarsi. Mi diverto guardando gli oggetti infiammarsi: ognuno ha tempi, temperature ed effetti diversi: guarda, umano, guarda come al degradarsi dei legami i poteri calorici diventano immani. La fiamma che vedi sviluppata è l’equivalente dell’energia impiegata nella costruzione di ogni singolo pezzo della tua proprietà privata. Ammira il potere di quello che possiedi, sacrifica un oggetto all’imbarazzo che trattieni.
Sempre problemi, sempre molestie, sempre vincoli, sempre litigi tra finestre e finestre, sempre cavilli, sempre giochi di cui pochi direi divertenti… Tu mi rallenti, umano, tu mi rallenti! Io sono veloce: la mia emozione si infiamma rapida e poi divampa nel rossore. Il tuo pallore generale, umano, non mi induce contrizione, esco di giorno e di notte mescolandomi con le persone. Nelle mie tasche accendini, carta, esche, deodoranti in bombolette. Sulla mia faccia fuliggine e macchie nere: non le detergo perché si deve vedere, lo devi capire, umano! Tu mi guardavi con distacco ed io per questo mi emozionavo. Il tuo rispetto per gli altri è un lago, io sono una foresta in fiamme che mette al rogo il tuo senso del vago. Non mi hai mai permesso un fremito o un gesto che fosse scomposto o fuori posto, ormai non posso neanche più guardare una ragazza ed essere commosso nel mio sentirmi cotto come un arrosto. Non ho mai abitato nello stesso posto per più di un lustro, e dovunque stessi c’erano gli stessi insistenti umani persi nei mali interpretati dogmi del “bisogna essere sé stessi”. Se io non stessi per dare fuoco ai vostri plexiglass opachi scoprireste ben presto che non sono cristalli, e voi non siete trasparenti tra di voi, perché siete graffiati o scartavetrati. Siete fermi. Parlate di realtà quando vi si propongono i simboli, shiftate sui simboli quando l’argomento è irreale: siete la gente comune, per voi è solo normale! È un errore aspettarsi comprensione da chi zittisce le altre persone. Io sono l’imbarazzo di una madre che non punisce il figlio piccolo sentendolo gridare in luogo pubblico, dove qualcuno la potrebbe rimproverare: “piangi, figlio mio! Fai sentire a questi cretini che i tuoi vagiti sono normali, che sono passaggi necessari per imparare a comunicare con questi stupidi esseri umani”. Io sono le mani nelle tasche di un dodicenne, il quale subisce molestie al limite tra verbali e fisiche dalle sue compagne di classe più grandi ed impudiche, che si ritengono le uniche ad essersi concesse prima che tutto il loro corpo lo volesse. Io sono le affermazioni oneste richieste che vengono intese come menzogne dalla stessa persona che te le richiede. Io sono la timidezza di una ragazza che disprezza il termine “timida”, e per questo recita a teatro, nuda veritas, un testo di tragedia. Il suo pubblico, vedendola soffrire, sobbalza sulla sedia. Il suo pubblico tornerà a casa la sera e troverà l’auto bruciata, perché io so che continueranno a provare imbarazzo usando il termine “timida”, dicendole “brava” e non sapendo cosa significa. Tu opta pure per la lettura psicologica, umano: ti dico subito che la mia non è vendetta. Non brucerei mai un umano, che sia un ragazzo, un impiegato o una vecchietta. Voglio convivere e sorridere con chi mi è differente, voglio circondarmi da persone dinamiche dalle diverse etiche, altrimenti vedrete gli incendi sempre come immagini drammatiche, e non come manifestazioni energetiche dell’accelerazione delle molecole. Ci vuole tempo, ma io confido nel fatto che prima o poi.
Il claustrofilo (su)
Un architetto fatto e finito, anzi, progettato e costruito, al ventiquattresimo autunno nel punto massimo di sopportazione inforca gli occhiali, sparisce nei sotterranei, non lascia scritto niente dei, ai, sui suoi contemporanei. Pratica l’arte del nascondersi dentro i cunicoli che la gente usa in metro per muoversi: rimesse, caldaie, locali tecnologici, condotti termici e altri spazi privi di sguardi vigili divorati dalle ruggini. Polveri, sedimenti ed affioramenti umidi. L’estetica della non-curanza. La manutenzione di grado-salvezza sono le linee di forza di ogni costruzione posta sotto la crosta terrestre. Sopra la terre si cresce. Sotto la terra si germina. Un architetto non parla, non progetta e non sovraccarica. Quando invece preferisce: delimita. Abita.
Un architetto fatto e finito, anzi, progettato e costruito, al ventiquattresimo autunno fa il punto della situazione. Reperisce materiali, ricostruisce i modelli. Per non confrontarsi inventa nuovi livelli che siano indispensabili per sostentarsi. Il suo laboratorio è situato là dove nessuno è solito avventurarsi, così farà in tempo a costruire qualcosa prima che qualcuno gli dica di non provarci perché potrebbe sbagliarsi. Piuttosto che opporsi o scegliere di adeguarsi è meglio nascondersi e presentarsi dopo anni diversi e forti di una personale realtà dei fatti che matura negli spazi non contaminati, perfettamente coibentati, paralleli e diametrali, perché ci sia una vera scelta tra i piani e non ci si elimini vicendevolmente come tra spazi euclidei e lobacevskijani.
Scelte spaziali personali. Reset sugli spazi comuni. Palette di angoli generata, alienata dai default, soffocata dai preset, evoca pattern precedenti all’archetipo. Utenti che si credono programmatori ostacolano il progresso con sguardo dimesso con visuale ampia a 300 gradi sugli assi x, y, z. Io mi prendo quei 60 di visuale cieca che stanno sotto terra. Economia degli ambienti. Occupo il quarto asse: quello dei tempi. Stabilisco la mia casa. Disegno la città futura. Riqualifico gli spazi che non si utilizzano in modo efficace. Niente parchi o verde imbrigliato. Niente negozi ulteriori. Niente locali o parcheggi. Niente inaugurazioni. Niente azioni critiche. Solo abitazioni sotterranee per relazioni non istantanee, per chi si concentra in poco spazio e poco ossigeno. Le mie facoltà verbali si limitano: parlo a scatti.
Strati intorno
Sotto e sopra
Manodopera
Scavabuchi
Non mi tocca
La mia porta
Sempre chiusa
La mia casa
Sempre occulta
Una stanza
Fuori gente
Dentro tutto
Fuori niente
Dentro niente
Interesse
Già perduto
Parli troppo
Resto muto
Ami il traffico
Amo il chiuso
Io mi sposto
Non incontro
Io contorco
Non riposo
Tu sereno
Sei estremo
Io cammino
Tu cammini
Ci dividono
Dei tombini
Tu fai tardi
Non so l’ora
Luce filtra
Sto leggendo
Vado in duomo
Sottoterra
Senza metro
Passo d’uomo
Mi procuro
Tu acquisti
Siete tristi
Sono chiuso
Siete allegri
Sono neutro
Sottoterra
Come i morti
Sulla terra
Tu ti sposti
Quali costi
Quali affetti
Tu rifletti
Troppo poco
Io mi fletto
Tocco il vuoto
Tu rifletti
Troppo poco
Ma capisci
Penso troppo
Mi nascondo
Provo gioia
Mi nascondo
Sono puro
Io disegno
Dove abiti
Nel futuro
Ti rinchiudo
Ti dirigo
Con la penna
La città
Sarà diversa
Chi comanda
È chi progetta
Chi disegna
Chi si sposta
La protesta
Non mi serve
Cosa serve
La matita
La matita
La matita
Lo spadaccino (su)
Le mie armi sono i rami, i marmi, i fanghi, il silicio, i salti gravitazionali, i discorsi degli animali, l’immedesimazione transfert controllata, il cielo non rettangolare, la fuliggine con cui disegno circoli in terra che mi concentrano, i tamburi, i simboli di battaglia che non spaventano, gli spigoli, sui quali cadi tu per sbaglio per volontà dei cadenti, i miei ricordi di cocci rotti con sopra scritto il mio nome dagli ostracisti, le mie spade, che vogliono solo tagliarti, e non punirti, i magnetismi dell’acciaio damascato per la tua carne, la tua gola, il tuo sangue, non seguono volontà velleitarie: sono legami senza giudizio, senza artificio vendicativo, presenza disdetta a fondo di fino, compendio di tagli inflitti da terzi. Infliggiti un taglio con le tue stesse mani: è riconoscibile, incide di critiche le tue volontà implicite.
Per quanti nemici possiate voi lasciare a terra, non sarete mai soddisfatti.
I miei nemici non mi temono, non mi tengono in considerazione, perché tossisco in continuazione, perché non do un’impressione, perché porto la spada e il bastone invece di coltelli e pistole. Ho un colorito pallido: potrei morire da un momento all’altro, perché combatto da malato. La mia forza non sta nel fisico, perché sono tisico dalla nascita, mentre il mio nemico è cinico per difendersi dalla crescita. La mia strada è più forte della tua: io vado verso, tu resti immerso nei racconti che ti fai prima di sbattermi a terra, e di vedermi sanguinare dalla bocca. Stupido! Non sono i pugni che mi tiri, o la paura che m’incuti a farmi sanguinare ogni due minuti: sono i miei polmoni a non funzionare bene. Il mio legame è che per farti capire sono disposto a morire. E tu? Hai rimpianti? Capisci che non sei niente? Capisci che per quanto tu infliggessi colpi, io morirei autonomamente?
Negatelo a parole, ma se il vostro avversario prova paura, siete voi ad avergliela trasmessa.
La mia velocità è pari solo alla solidità della tua lentezza, che sia metaforica, oppure forica. La mia spada è terapeutica. Il combattimento è una operazione chirurgica. Che tu vinca o perda non m’interessa: la mia V non è “vendetta”, è “invece”. Chi lo capisce stabilisce l’obiettivo nei percorsi e non nei risultati, decretati oggettivi dai coatti, dai violenti, dagli spavaldi, da coloro che vincono non con le tecniche, ma spaventandoti e sopraffacendoti. Infiniti aneddoti sulla legge dei più forti… Beh, che non sanno leggere e che comunque sono morti. Portatori delle idee più leggere, li sconfiggo con la spada nel fodero, guardandoli soffrire di malattie veneree. Vengo dal paese delle nuvole nere, nel quale vendicarsi vuol dire fuggire, dove se giungete in gruppo con le spade sguainate a casa vostra non ci tornate. Rimanete vittime della pochezza delle vostre intenzioni mal strutturate. Restate quindi con me a combattere: potreste imparare qualcosa.
L’onore non esiste, è un altro dogma inaccettabile che nasconde la pigrizia nel non voler accettare la morte (morte! morte!). E la mia spada è questa: posso morire ora, o adesso, oppure ora, oppure adesso. Devo solo ricordarmelo.
Il necromante (su)
Emofiliaci porfirici, ricercatori di congiuntiviti, amanti dell’insipienza, anelatori di notti perenni disgustati dall’aria affogano dispiaceri domandando isterici se la sofferenza avrà mai fine. Fanno bandiere con il soffrire finché si vive e poi si muore. Pronunciano discordia e distrazione gettando in confusione le categorie, lasciando apposta quesiti aperti sul male di vivere, lasciando indizi in merito alla propria indole fatta di fughe ormai lecite e di persone senza denti che rifiutano gli alimenti. Acuti dolori e loro, molto più acuti come pensatori, non si accorgono che l’acume che li condanna è l’unica via per avere salva la vita e prima della fine erigono monumenti-passatempo al proprio senso estetico, sintetizzando un teschio, necessità di un marchio, traducono il male in morte, sprofondano in terra inconsapevoli delle impronte nelle persone che lasciano, persone solite nel soffrire con loro e per loro. Ma io no: io studio la terra e i suoi segreti, l’interazione tra elementi, il suono di insetti nei deserti, che voi chiamate demoni e che in realtà sono fenomeni naturali offuscati da racconti antichi ricoperti di significati che non sapete spiegare, facendo della morte icone, vedendo nella morte il male, dicendo della sorte infame, chiudendo il misticismo in chiese. Il rituale è vivere, niente a che vedere con messe bianche o nere. Quando qualcosa scorre in modo poco lineare vi preferite suicidare, come stanchi, come correzione dei destini storti. Mentre io apprendo le vie della morte, aprendo animali domestici: conigli, gatti, galline. A quale stadio di putrefazione corpo e mente si dividono? Su cosa galleggiano gli spiriti e come richiamarli agli organi di cui sono stati resi orfani? Io sono il contatto, la confusione tra i limiti, tra morti e vivi. Conosco le risposte ai vostri interrogativi grazie all’indagine sul margine di pagine di un libro scritto col sangue, la cui lettura non vi tange perché perdete tempo a piangere invece di scegliere e rendere motivi in preferenza. Io vi apostrofo ed esautoro la vostra scelta, regalo una seconda possibilità a chi non l’ha richiesta. E se recrimina, lo resuscito una terza, quarta volta. Gente depressa rievoco dalla terra in cui l’umore li getta. Resuscito il suicida fino a quando non sceglie la vita: soluzione pratica che in parte mantiene un’ottica punitiva per la maggioranza lasciva e in parte mostra una via d’uscita a coloro che vorrebbero più tempo ed un contesto diverso, che molto spesso non mi rispettano perché sono troppo attaccato a cose che non si capiscono, che i negativisti credono di conoscere benissimo mentre candidi si allontanano con scherno e sprezzo per quelli che studiano. Le mie ricerche violano le tue ricette del vivere. Il tuo senso del completo sarà il mio ordine supremo. Il punto di fine è questo. Non salvo le vite. La morte prima la provate e poi mi dite. Credetemi, non penso alla vostra salute. Fa tutto parte di un disegno più grande che solo io riesco a vedere perché sono un necromante.
La bestia (su)
Elastico, tranquillo, inerte e disponibile. Ragionevole, comprensivo, attento, empatico e sensibile. Servile, diresti, stupido, diresti, lento. Non capisci se estro od introverso. Non capisci se orso od onestamente aperto. Non capisci il gesto quando un giorno, in giro con gli amici, sotto i portici, lascia delle ferite a tre persone incontrate, apparentemente mai viste né conosciute. Uno dei suoi amici ora lo conosce meglio. Un altro invece non vuole più vederlo. Ma dai, che cosa?
Ho trascritto anche Il cinico, ma due pezzi non li capisco e ho messo i punti interrogativi al loro posto:
http://www.post-tamago.net/uochi-toki/libro-audio/#1
ilSignorCarlo
9 mar 09 alle 01:22
Io ho trascritto i testi de “I mangiatori di patate” e “Il Necromante”, può servire?
Eccoli: http://rafb.net/p/pbIgVW48.html
qbic
9 mar 09 alle 20:24
@qbic: servirebbero eccome, ma il link risulta 404 :\
Wick
11 mar 09 alle 10:34
Inspiegabile. Proviamo così:
http://nopaste.com/p/aJyGqVcvJ
qbic
11 mar 09 alle 17:48
Sì, ora li vedo. Appena posso li controllo e li inserisco, grazie ^^
Wick
13 mar 09 alle 10:47
Nella canzone il cinico al posto dei punti interrogativi ci va “torte” mentre al posto dei secondi punti interrogativi ci va “come i pastori di alberi”
Grande Napo grande UochiToki!!!!!!!!!!!
Anarkin
15 mar 09 alle 16:53
Ok, effettivamente era quello che sentivo anch’io, solo che non ne capivo il senso :D
Grazie, ora aggiorno.
ilSignorCarlo
18 mar 09 alle 12:19
qualcuno mi sa dire cosa dice dove c’è il punto di domanda ne “la besta”? http://www.post-tamago.net/uochi-toki/libro-audio/#12
io sento “ero”, ma non ha senso e quindi ho messo “ora”. però non saprei.
Mexicat
6 apr 09 alle 11:23
A me sembra che dica proprio “ora”.
Poi nella prima riga io la interpretavo così la frase con i “diresti”:
Servile, diresti stupido, diresti lento.
Però va beh, poco importa.
Invece nella parte finale urlata io ho l’impressione che dica “varco la chiesa”, però non so, forse non dice proprio nulla :D
ilSignorCarlo
7 apr 09 alle 09:13
per me ripete l’ultima frase del disco, cioè “ma dai che cosa”
poi delle volte forse dice solo “dai che cosa”
Luca
8 apr 09 alle 18:12
[testo del piromane, già trascritto. grazie!]
rubi
13 apr 09 alle 10:09
Bel lavoro davvero. .
Però “La Bestia” inizia con “Elastico” non con E’ ostico”
michele
29 apr 09 alle 22:37
giusto. sistemo
Mexicat
5 mag 09 alle 14:10
http://www.youtube.com/watch?v=y2pZ8C7ODSs
Luca
21 mag 09 alle 23:52
grazie!!!
gioppe
3 giu 09 alle 09:03
“Vorrei discutere con voi di un colore disponendo di un atlante Munsell od NCS”
seipuntotrentasette
10 ago 09 alle 13:15
grazie!
Mexicat
11 ago 09 alle 14:02
LO SPADACCINO
[trascritto. grazie mille!]
Ale
18 ago 09 alle 20:49
L’OSSERVATORE 1
[trascritto. grazie mille!]
__
Al posto dei punti interrogativi ci sono dei nomi che non sono riuscito neanche a intuire… vabbè ci vuole qualuno che proprio li conosca
Ale
18 ago 09 alle 21:56
Lo spadaccino:
“incide di critiche le tue volontà implicite”
seipuntotrentasette
25 ago 09 alle 19:08
Il necromante – credo sia “esautoro” invece di “esautero”
Nico
26 nov 09 alle 22:33
Ne Lo Spadaccino:
“sui quali cadi tu per sbaglio per volontà dei cadenti”
secondo me è “volontà decadenti”. Che dite?
ilSignorCarlo
10 gen 10 alle 15:15
Ma ne “Il piromane” non è “nuda verità su un testo di tragedia” e non “nuda veritas, un testo di tragedia”?
Luca
12 gen 10 alle 18:09
“l’unico dettaglio del sogno in grado di confondermi, di infettarmi, di contrarmi gli organi”
Nel ladro è “di inquietarmi” non “di infettarmi” =)
Marco
14 apr 10 alle 20:45
Vorrei fare tre correzioni:
1) La parte de “Il necromante” con (???) è “incide di critiche le tue”
2) Nella quinta riga de “Il claustrofilo”, è “polveri” e non “polvere”
3) Nella terza riga della seconda parte de “Il piromane”, non è “non mi induce” ma “non mi produce”
Grazie dei testi! =)
stef
13 mag 10 alle 21:27
secondo me in nel “non illuminato” dice
“Segnali, prossemica, scelta delle parole”, non
“Segnali, proselica, scelta delle parole”
ilpalazzo
15 mag 10 alle 10:49
“Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente, di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili, così non devo (lanciare) a tutti i costi LANCIARE accuse a me o ad altri, perdere tempi con le colpe o i meriti.”
Il primo “lanciare” è da togliere. Su Il Cinico.
Profundis
5 ott 11 alle 13:00