Laze Biose

- I fonici (aka L’intro)
- I rapporti
- Le metafore
- I mezzi di trasporto
- L’estetica
- Le città
- Il pezzo serio
- I gesti di cattiveria
- Il primo semestre
- Il secondo semestre
- I batteristi
- Le armi (aka Il pezzo jam)
- L’outro
I fonici (aka L’intro) (su)
Si può iniziare un disco in un modo più pirla di così?
Quando mi chiedono se ho voglia di pulire i cessi io dico Sì, anzi, me lo aspettavo, non aspettavo altro, infilare le mani nello sbocco e nella piscia di un altro. Desideravo altro, magari, un tempo. Ed ora, invece, mi trovo a sapere cos’hai mangiato ieri a cena senza che tu me lo dica. Il lavoro mi nobilita, e tu non sai quanti lavori degradanti e merdosi io sia disposto a fare, e non solo: non sai quanti lavori di merda io farei con più entusiasmo di quello che sfoggeresti tu se uscissi una sera in un weekend di inizio primavera, sobillato dall’atmosfera, con gli amici al concerto, osservi due elementi: il pubblico ed il gruppo sul palco. Non ti stai concentrando, perché per te non c’è niente al di là dello schema gestaltico. Ascolti un disco: la musica e il testo. Che cosa ti sfugge quando sei certo di aver guardato già dappertutto? Non è lo spirito: è qualcosa di più pratico. Non è il senso: infatti non c’è niente di semantico. Non è il vuoto: è qualcosa di più tecnico. È il fonico, memore e laconico, il liquido amniotico, il programmatore di interfaccia audiosociale tra voi ed un gruppo di persone che senza amplificazione avreste ancora più difficoltà a capire. La casta dei tecnici, composta da esseri che fanno discorsi noiosi ed incomprensibili basati su termini e numeri, ma che programmano gli stimoli rimanendo invisibili o non udibili. Tu non guardi, o non senti: sei troppo impegnato a intrattenerti per occuparti delle miriadi di cose irrilevanti che ti permettono di sederti, proteggerti dai venti, camminare sui pavimenti, spostarti, nutrirti, o sentire dischi e concerti con dei volumi decenti e delle frequenze non assordanti. Conosco alcuni di questi soggetti, ascolto i dialoghi, osservo i loro movimenti. Uno di essi programma questo disco, notifica la sua presenza dandomi un effetto supercompresso, oppure mono, contrapposto ed aperto nella stereofonia, un suono più chiaro o decisamente più scuro, completamente asciutto o riverberato, con un mixaggio dal tono pop (…Sailor Moon…) o con una serie di effetti senza senso, effetti senza senso, effetti senza senso. Possiamo ottenere un suono distorto con saturazione analogica, oppure con emulazione di saturazione analogica, oppure illogicamente pimpato. Non ti sei accorto che il microfono è stato cambiato: questo è un SM58, questo invece un SM57. Questo è un SM58 tenuto in mano, questo un SM57 tenuto in mano. Questo è un 414, settato su cardiode, su ipercardioide, figura a 8, oppure omnidirezionale. Ci possiamo fidare del fatto che con l’NT2 cardioide si sente tutto benissimo. Possiamo addirittura usare un C1000, non curanti del suo temibile effetto prossimità. Ma sì, dai, usiamo pure il D112, o le cuffie del walkman, qualsiasi stronzata! Qualsiasi esigenza capricciosa, il fonico alza il rullante, aggiunge più cassa, più campione, più chitarra, più voce, più master, più botta. E tu chissà dove sei, mi chiedo cosa cerchi e cosa vuoi. E poi sto zitto, pulisco.
I rapporti (su)
I miei rapporti sono indescrivibili: non sono simili a niente di già esistente, e se assomigliano vuol dire che c’è un equivoco, ovvero che qualcuno chiama con lo stesso nome due cose che differiscono. Io so che due persone uguali non esistono, quindi adotto un peso e una misura per ogni persona che mi si para di fronte, rischiando la nevrosi, per distinguere soggetti che non in tutti i casi si accorgono di come e quanto per me i rapporti importino. Mi spiego: cerco di non rimanere da solo, perché se ciò accadesse m’incazzerei alquanto, a tal punto da prendere in mano una spada e affettare gente random finché non mi fermano, o finché gli esseri non si esauriscono. E tu credi che questa sia solo un’iperbole, un modo per riempire dei fogli di parole, però dovresti vedere cosa scrivo negli altri fogli, quelli che tengo nascosti dagli sguardi ignari di coloro che alla fine di questo pezzo penseranno che alla fine non è vero che il sottoscritto non ha bisogno degli altri. Vedete?, siete imprecisi. La differenza abissale fra “altri” e “tutti” non vi è chiara: ho bisogno di persone, ma molte meno dell’intera popolazione mondiale. Per questo posso permettermi di non interessarmi e di allontanare molte ragazze alle quali non ho niente da dire, che non sanno che “andare a letto” per me significa “andare a dormire”, e che non distinguono la toccante tensione dal crescente accumulo di stress fossile. Posso permettermi di sopportare lo stress emotivo quando c’è un motivo, invece di offrire un gesto votivo alla legge del taglione, al concetto variabile di merito, colpa e giustizia generalmente applicato anche su coloro a cui si vuole bene, non sapendo bene chi nel rapporto si abbia intenzione di tutelare. Posso permettermi di selezionare chi fare entrare, posso permettermi di svelare che io non ho porte, basta la volontà di venire vicino. Posso permettermi di passare del tempo da solo, salvo che quando uscirò dal sottosuolo nessuno capirà il mio nuovo idioma. Posso permettermi di annullarmi e di insidiarmi in una qualsiasi ragnatela di rapporti per aggiungere casistica alla mia enciclopedia di esempi, quando sono esente da proponimenti. Posso fare un sacco di cose, e questo è causato da ed è causa del fatto che le relazioni con gli altri mi risultano difficoltose. Bene, ed ora torno a casa. In stazione c’è una radio: per caso ascolto una canzone, considero che non riesce a descrivermi perché sono solito esigere un’attenzione che va oltre i discorsi. Buon pomeriggio a tutti.
Le metafore (su)
Non sopporto quando qualcuno usa la metafora della frittata a sproposito durante un mio discorso: “per favore Napo non rigirare la frittata, eh!”. È così? Credi di poter usare male una metafora in mia presenza senza che io ti corregga? Hai capito male. Se vuoi cuocere completamente una frittata la devi per forza girare girare. Sennò ti trovi a mangiare un lato cotto e l’altro no. E non sai nemmeno che conviene girare questo nobile piatto più volte quando vedi che non è ben cotto. Cos’è? Hai paura che girando la frittata questa si rompa perché hai messo poche uova e troppa farcitura? Non permetterti di usare le metafore in malo modo con chi ne conosce il segreto. Sai bene che non è la tua arguzia, bensì il tono di rimprovero che usi nei miei confronti, a permetterti di zittirmi. Quindi almeno non offendermi fingendoti acuto od acuta solo perché sfrutti i miei rari sensi di colpa.
Noi chi siamo, noi chi siamo? Siamo merda! Siamo cibo! Dei ravioli! Sì! No! Siamo ravioli? No! Siamo la pasta che avanza quando premi il bicchiere sulla sfoglia ottenendo così i ravioli e i ritagli di pasta che poi vengono rimpastati, matterellati e poi vengono di nuovo sfogliati. Premi il bicchiere e fai altri ravioli con la pasta di avanzo: comunque la vedi rimane sempre uno scarto che prendi, reimpasti, ristendi e ritagli. Altri ravioli finché gli avanzi sono troppo pochi per fare anche solo un raviolo: allora la pasta che avanza la mangi cruda oppure la butti nella spazzatura. Io sono lì nel tuo stomaco, indigeribile, perché non raviolabile, oppure fra gli scarti, degradabile. Mentre gli altri sono in pentola, allegri, incontreranno il sugo, lo stomaco, sono succhi gastrici che non mi digeriscono bene oppure gli avanzi delle precedenti cene.
Paragoni, metafore: siamo come degli atomi rotanti con attorno molecole che compongono gli elementi. Sì, siamo elementi: ferro, pietra, vetro, legno. Siamo bicchieri, posate, tavolo, tovaglia [incomprensibile] da sette milioni di parsec [incomprensibile] paragoni [incomprensibile] sempre qulalcosa [incomprensibile] metafore [incomprensibile] fino a farti rendere conto che, quando metaforizzi, non fai altro che creare un universo parallelo, in cui potresti essere presente anche tu mentre pronunci una metafora. Come, non lo sapevi?
I mezzi di trasporto (su)
Punto A, punto B: i nostri calcoli sono spaziali, gli spostamenti sono frequenti, i nostri mezzi? Eccoli.
I miei piedi non si piegano. Sono indiretto e pratico, anche se non proprio fulmineo. Sono molti i kilometri che faccio a vostra insaputa, visto che il mio passo non ispira molta fiducia. È la fatica che frena il cammino della persona seconda, lasciando sconosciuta l’area geografica che tu stai percorrendo facendo spazio fratto tempo, la differenza fra passare ed essere dentro, anche se è raro che io cammini avendo persone al mio fianco. Nel parco qualcuno cammina distratto, quando io vorrei seguire il percorso. Sul marciapiede invece il mio incedere è marziale, mentre i miei amici si chiedono dove io abbia fretta di andare. Il passo del singolo in questo caso schiaccia in terra qualsiasi sacro vincolo. Esistono comunque persone con cui cammino benissimo: percorso fratto stimolo.
La metropolitana non è solo un mezzo di trasporto: è un ambiente sociale, e questo fatto è dannoso per coloro che vorrebbero semplicemente andare da un posto ad un altro tralasciando il rapporto, lo scambio, l’inserimento, il continuo ricordarsi che si è dentro anche nel momento in cui ci si sta muovendo. Qualcuno di noi riesce ad essere tranquillo, qualcuno si difende osservando e scuotendo il capo, qualcuno lo ammiro perché non sta pensando al contesto, bensì alla gioia di spostarsi utilizzando più volte lo stesso biglietto. Qualcun altro la vive peggio, grondando ad ogni sguardo. Io mi guardo bene le scarpe. Considero le sbarre di ferro, il pavimento ritmico, le porte scorrevoli si aprono ed io non provo niente, ma niente!
I mezzi di trasporto con il motore a scoppio non sono un oggetto, bensì un complesso organismo fatto di grasso, ferro e solo all’esterno vernice cromata. Quando un’automobile viene comprata la scelta di spendere dipende unicamente da come la macchina ti viene presentata. Ti siedi al volante e sei comodo, ma si tratta di comodità programmata, che svanisce man mano che avanza l’obsolescenza industriale calcolata, cosa che a noi non tocca. La nostra scelta ricade su di un mezzo che possa trasportare il maggior numero di cose e persone possibili, che ci permetta di compiere dei crimini. In autostrada non riusciamo nemmeno a superare i limiti! Intorno a noi automobili in perfette condizioni, che soddisfano le esigenze estetiche dei proprietari. Tra un po’ di tempo uscirà un nuovo prototipo stupendo, dal design superbo, ma che sta fermo, altrimenti si sciupa. All’estremo opposto un motore, quattro ruote e sedili in tubolare in sacchi di iuta. Quando percorro una strada sento la geografia che mi scorre sotto i piedi. Imparo nuovi schemi per parcheggiare e muovermi nelle città che tu ritieni ostili. Nel nostro furgone, gruppetti di persone, trasporto di cose, ambiente sociale – ma selezionato. Puoi salire con le scarpe sporche di fango perché tanto il pavimento è gommato. È un piacere viaggiare su di un ammasso di sedili e lamiere: se dovessi morire in una collisione stradale sarei contento di trovarmi lì dentro in modo che la gente esperta in foto di cadaveri trovi delle mie immagini coi visceri in disordine e si metta a discutere su quanto sia pratico viaggiare su di un Volkswagen Caravel.
“Starai mica pensando di tenere tutti questi errori e basta?”
“No, io no”
“Ma scusa Napo, hai detto la parola paraculo?”
“Io? No no no, non ho detto niente”
“Non è necessario che tu sia così teatrale anche col microfono”
Riesco ad andare in scooter anche a temperature polari in condizioni climatiche ostili, coprendo distanze considerevoli. Non avete idea di cosa succeda in questi lunghi viaggi – e continuerete a non averne. Sappiate solo che per me è molto importante sapere di potermi spostare ovunque in qualsiasi momento. Questo si chiama usare lo spazio!
La bicicletta mi serve per andare in stazione, o da caricare sul furgone – fine. Non faccio biciclettate per dimostrare quanto sia difficile abitare nelle città con problemi di traffico. Capisco che il puntiglio delle minoranze ciclistiche assomigli al puntiglio inutile che io utilizzo in discussioni o dispute, ovvero: pochi lo capiscono, pochi si ciclizzano e pochi di questi intendono le biciclette come un mezzo pratico e tecnico. Preferiscono, come sempre, considerarlo un mezzo etico e sentirsi bene, mentre io riempio le loro città di polvere sottile. Vengo da fuori, uso la bicicletta quando mi pare e non aderisco a manifestazioni che propongono biciclettate cittadine simili a quelle che si fanno con l’oratorio.
Non è necessario fare il biglietto InterRail per provare l’ebbrezza di dormire in treno, vedere mille stazioni uguali ma diverse, vedere persone diverse, incontrare compagni di viaggio diversi, divertirsi spostandosi. Non è necessario. Vieni con noi in treno. Ti faremo vedere come i compagni di viaggio possono essere solo dei vecchietti catarrosi, adulti petulanti e noiosi, compagnie assortite di giovani che ridono a crepapelle, mentre noi siamo irosi, erosi, orsi, curiosi. Ascoltare le conversazioni altrui seduti tra i sedili, collezionare personaggi e scritte viste nelle stazioni, lasciare che la gente nei vagoni ascolti le nostre conversazioni in merito ad argomenti di rara stupidità in modo che siano gli altri ad osservare noi con occhio critico, per una volta. Scordati di conoscere ragazze in treno con noi – al massimo degli extracomunitari, che ci scambiano per loro connazionali. Abbiamo gli zaini sempre pieni, non viaggiamo mai leggeri, raramente perdiamo i treni. Siamo degli ottimi passeggeri, pazienti ed adattabili a molteplici situazioni. Non abbiamo più bisogno di fregare i controllori per sentirci vivi, anche perché siamo morti.
L’estetica (guarda il video) (su)
Fotografia ed estetica: gli occhi di chi guarda educati dagli occhi di chi fotografa. State fermi, non muovetevi, datevi un contegno – ragazza si comporta come una asse di legno. Ragazza cerca di gestire un universo con la cosmesi – la mia immaginazione la priva degli occhiali costosi oscurati. Osservo i tratti dei volti immaginando capelli rapati, vestiti depauperati da ammenicoli che rendono simili ad abeti addobbati, orpelli che pendono da entrambi i lati. Ilari noi, con una punta di disprezzo: ci ricordiamo i tratti del volto, andiamo oltre gli occhiali, il pizzetto, il berretto, indovina chi?, forza quattro, gira la moda! Una ruota con quattro teste di ragazze diverse, quattro tette di ragazze diverse, otto cosce di ragazze diverse – gira la ruota e prova nuove combinazioni, crea nuove divisioni estetiche, ovvero stili. Tutto questo per dare l’impressione che la varietà esista – ma si tratta pur sempre di una ruota che mischia le classiche quattro caratteristiche catturate nel tempo dalle macchine fotografiche: ragazze fiche! O forse sono io che tengo negli occhi quelle fotografie che fin da piccolo mi sono state mostrate. Guardate le persone e non vi concentrate: troppa fatica a scremare la cultura delle immagini che impedisce di capire cosa veramente vi piace guardare. Gradite una persona od un paesaggio nella misura in cui tale persona e tale paesaggio somigliano all’ideale di persona e paesaggio che avete dentro, tutto il resto è merda, è indifferente, a volte non lo notate neanche. E non avete neanche il coraggio di risalire la corrente per giungere all’origine del vostro gusto estetico. Per carità, potreste scoprire che vi piacciono irrimediabilmente le ragazze brutte! Che figura ci fareste con i vostri amici se sapessero che avete un’insana perversione per i tagli, per le macchie, le ossa che spuntano? Sarà un caso, ma i vostri gusti combaciano con i canoni estetici che nascono e cambiano quando i canoni estetici cambiano. Non importa se discutere dei gusti altrui sia inutile, anche perché trovo oltraggioso che qualcuno ritenga i miei gusti una autosuggestione che serve solo a dare contro ai gusti delle altre persone. Forse se mi facessi un tatuaggio con scritto “osservazione” capireste che cosa faccio tutti i giorni, io! Sì, perché voi capite solo i tatuaggi, gli orecchini, i piercing, gli occhiali, le pettinature, i vestiti, i siti internet, le fotografie ritoccate, le fotografie che mostrano solo una parte di quello che c’è da vedere, le copertine, i giornali, i disegni un po’ grafici perché il tratto ormai è scomodo, i disegni sporchi apposta, perché per farvi capire che qualcosa è estemporaneo ed improvvisato bisogna scrivervelo sotto a caratteri totalitari. Capite i film se qualcuno che vi sta simpatico ve li spiega, altrimenti non vale nemmeno la pena di sforzarsi di stare due ore seduti in poltrona, perché, dio mio, potreste vedere qualcosa che non vi piace! La soluzione per voi? I film in bianco e bianco, muto! Il giornale di una pagina, vuoto! Un lavoro serio di responsabilità e fatica, pasta e fagioli, carne alla brace, la canzone che stavate ascoltando che ad un tratto tace.
Le città (su)
Voghera è una città comunemente detta trascurabile, solo che io riesco a distinguere il suo livello di insignificanza dalle altre città di eguale insignificanza. In questo luogo abbiamo trascorso gli anni del liceo e oltre senza le cosiddette possibilità che una grande città offre, senza lamentarci, senza l’aspirazione di spostarci a tutti i costi in agglomerati urbani più grandi per sancire un crescere fittizio. I nostri coetanei pretendevano dei subitanei momentai motivi di distrazione, ci trattavano come buffi estranei quando non ci dimostravano simultanei negli ambienti, nei discorsi, nel prendere parte a tutto. Noi sapevamo che il loro tutto per noi era sempre una parte del tutto. A sedici anni sapevo già che la soluzione della mia inerzia non l’avrei trovata in una città più grande. Siamo sempre stati distaccati, ci siamo sempre fatti i cazzi nostri, vagando a piedi per gli spazi che, oltre ad essere vissuti, venivano anche osservati. Sottolineavamo un gap già esistente fra noi e una città come tante altre.
Pancarana è un sintetico esempio di paese bagnato dal fiume: esistono solo i campi, la mia casa, la mia ex-camera da letto. Se non vuoi parlare con gli umani, vai a Pancarana: l’unico momento di coralità con gli abitanti è quando succedono disastri. Il fiume esonda, e lì altro che problemi di socialità, altro che droga polizia manifestazioni conflitti musicali, lì si rischia di perdere la casa. E ci sono dei ragni enormi, che quando lo dico nessuno ci crede: solo Damiano ne ha visto uno, una volta.
…per la propria esigenza, ci sono dei soggetti che possono dormire…
…nel manuale ce ne sono…
…da, da dirci, da raccontarci…
…uno nove nove sette, l’hip-hop con le tette, non…
…la tua mente è già in mio controllo, accendo il motore, lo sai…
…smazzo di assorbenti…
…sono pronto per il decollo, ti condurrò…
…qualcuno ti lancerebbe una pizza rovente in faccia per ogni tua risposta esatta…
Milano è la città dove sono nato, e alla quale non appartengo per niente, nemmeno nelle frequenti volte in cui torno in questo luogo spoglio ed impassibile, nel quale anche la pretenziosità perde il suo significato. Dietro ogni edificio ci sono dubbi sul perché sia stato progettato, oppure i furbi che inseriscono costruzioni sottili in spazi febbrili per rendersi invisibili. Dietro mille iniziative tutte uguali si possono vedere i vuoti cosmici degli abitanti imperterriti nel tentativo di dimostrare che esistono degli ideali, nei tentativi di risultare propositivi, per poi fallire coscientemente davanti alla potenza dei vuoti spinti caratteristici degli ambienti pieni di propositi avveniristici. Ci sono tuttavia molte persone che sanno quale sia lo spirito di questa città, e che lo interpretano con la sufficienza, con la sbarrata emozionalità. Per questo vado a Milano quando voglio ristabilire la mia tranquilla freddezza, la mia voglia di niente: Milano è un’interessante punto di partenza, pieno di cose non iniziate ed extracomunitari global disillusi.
Tortona è uguale a Voghera, solo che la gente è un tantinello più sgamata, e c’è una pasticceria che fa degli ottimi baci di dama. In più c’è Fabio, un ragazzo che conosciamo, il quale involontariamente, incoscientemente, è sempre riuscito a influenzare in modo consistente la vita della gente intorno a lui. Non è proprio carismatico, è che ti viene automatico dargli retta.
Bologna mi piace solo perché c’è un sacco di gente con cui litigare e tante costruzioni da osservare. Odio la multi-identità che questa città si porta dietro, odio la sua tradizione di libertà conservante, odio la gente non autoctona — cioè la maggior parte. Vedo flussi di gente come fiotti di sangue da ogni parte: risalgo la corrente per capire da dove parte questo flusso umano che mi coinvolge come un davanzale in marmo. Mi adatto nella misura in cui mi permetto di andare in giro e osservare come animali questi esemplari di umani, studentesse fuori sede ed universitari inconsciamente ipocriti in cerca di prede e di un passato da raccontare. E poi la ritualità di questo luogo influenza solo colui che ci crede, colui che non vede la data di scadenza sul ricambio generazionale, rischiando di trovarsi in una città, in un locale pieno di gente di passaggio, facendo finta di non stare invecchiando. Solo i veri duri possono abitare a Bologna, sfruttando la corrente del divertimento alternativo con il giusto peso negli occhi. Una città non può essere solo università, slogan, ebbrezza e ragazze. Guardate meglio!
A Montelupo c’è una casa che a volte diventa grande come un paese.
A Riccione ci sono un sacco di cose interessanti, ma noi ci andiamo solo per beccare Damiano, il quale non è interessante e cita i miei scritti per canzonarmi. Ti ho fregato, Damiano!
…Cesano Maderno…
Considerare la città di Nettuno un luogo balneare è banale. Conosciamo i suoi abitanti più interi che si destreggiano fra ambienti sociali diversi, piani regolatori abusivi disconnessi, organizzazione di crimini più o meno densi, organizzazione di eventi, gente dinamica piena di iniziative, molte delle quali dannose per le altre persone, ma va bene! Tutti si conoscono: è difficile farsi i cazzi propri, o mantenere nascosto qualche affare losco. Quelli che ci riescono sono anche quelli che si salvano dalle calamità sociali che accadono in posti come questo, dove la gente si ritrova all’aperto, senza necessario bisogno di un luogo d’incontro ufficiale o di un locale dove marcire. Puoi uscire a qualsiasi ora per comprare da mangiare: si tratta di gente primordiale, che non oserebbe mai negare il diritto a nutrirsi. Ambienti in cui sembra quasi illecito non essere maschilisti, dove però ci sono molti individui partecipi pronti a capirti anche se sono evidenti dei gap socio-culturali. Nettuno è più cosmopolita di Roma, e meno pulita di Genova, e ci abiterei fisso.
Alla fine, finisco sempre in queste città vuote, tutte uguali: chissà come mai. Abito ad Alessandria, dove manca una vera e propria forza d’identità, che però è presente e si sente nei piccoli paesi del territorio circostante. In circostanze difensive antiche, le campagne, le colline decidettero di costruire un luogo nuovo dove trasferire e accentrare il commercio e il potere territoriale: per questo è ancora vivo l’orgoglio proprio di ogni piccolo paesino, per questo a prima vista puoi definire rozzo ogni abitante alessandrino. La campagna vince: lo puoi evincere anche dall’urbanistica improbabile, da qualche confluenza stradale difficile, dalla tolleranza del vigile, dall’abitudine degli abitanti a trattare le persone dalle mani giganti che lavorano nei campi. Piazze grandi, le iniziative culturali sono pressoché insignificanti, anzi, decisamente sottostanti alle considerevoli sagre di paese. Tutto questo conferisce alla popolazione una curiosa tolleranza per chi arriva in Alessandria. Tanto è un ricettacolo, una macedonia di personaggi sconvenienti a loro modi tutti diversi. Ecco perché si chiama Alessandria: perché ricorda la gloriosa città ellenica piena di influenze culturali differenti! Che cazzata. Studio il territorio: geografia storica, geografia personica. Sono una persona vuota: per questo mi riempio della vita degli altri, in modo da essere tutti. Se eliminassi gli abitanti di una qualsiasi città potrei rimpiazzarli tutti da solo. Ho bisogno di spazio, e non chiedermi di dove sono, perché vuoi solo risposte brevi.
Il pezzo serio (su)
Sprofondo nel mare delle ipotesi. Pesi sullo stomaco impediscono un corretto respiro automatico: di conseguenza devo respirare profondamente e coscientemente. Non riesco ad addormentarmi quando è tardi e fuori succedono cose troppo interessanti. I cardi mi pungono, e non capisco quanto influisco io e quanto gli altri influiscono. Gli altri, che sono soliti guardarmi e dirmi cose che non c’entrano, violentano le mie orecchie con discorsi che non mi danno da pensare, ma che mi fanno preoccupare. Prima di parlare devo pensare un po’ da solo.
Mi ritrovo steso al suolo. Mi consolo mangiando terra che ha il sapore della suola di una scarpa di una ragazza che non è così, non è così che va, lo sai anche tu. Anzi, tu non lo sai, perché non hai gli occhiali: non osservi i particolari, ti perdi nei meandri di discorsi che sì, sì, sì, lo so, ci ho già pensato, sono già passato oltre, è inutile discuterne oltre, o interlocutore dalle molte sfaccettature. In questo momento rispolvero le mie paure. Non parlare con me se non sei abituato ad andare a fondo, perché mi secca dover galleggiare e fare lo stronzo per parlare con te che mi stai solo annoiando. Mi inabisso. Vado dove la pressione è troppo alta, e non ho più voglia di venire a galla.
Dovunque vada, la gente parla. Io ascolto di nascosto: sono curioso di sapere quanto a fondo va ogni discorso, per vedere se sono il solo qui. Parlatemi: sono pronto a correggervi quando vi permettete di autoeleggervi psicologi e di leggere i miei pensieri in vari àmbiti. Ambìti trofei, pezzi di plastica e ferro con significati che non sono i miei. Vi guardo passare da lontano, e fondamentalmente mi sento solo. Solo che preferisco le convulsioni piuttosto che entrare in determinate situazioni, perché non tollero quando mi dici “tu non c’entri”, “tu non vieni”. Le vostre ragioni sono dei veleni che sempre più spesso mi versate nell’orecchio, ed io sprofondo negando ogni contatto col buon senso. Mi disperdo, ma in questo modo sono dappertutto: questa volta sei tu che devi venirmi incontro, sei tu che devi andare a fondo; se non capisci il mio decadimento, non sarai presente al mio risveglio. Sappi che ogni mio discorso astratto è sempre legato a un fatto pratico realmente avvenuto: non cerco il consenso su di un argomento trattato, non voglio che mi si consoli con argomentazioni tipo “sì, anche io ci sono passato”. Ci sei passato? Qui? Davvero? Non mi risulta: qui sono solo, e quando arriva qualcuno è sempre gente che già conosco.
I gesti di cattiveria (su)
Odio i cani dietro quel cancello! Abbaiano sempre quando passo, interrompono le mie fantastiche divagazioni. Non riesco a farli smettere! Vorrei narcotizzarli e spaccargli la testa con un grosso sasso, scaricare la loro carogna in un fosso. I padroni in lacrime mi additano increduli, soffocati dal disgusto, giustamente su tutte le furie. Io non ho argomenti. Rimango in silenzio mentre chiamano i carabinieri per denunciarmi trattenendosi dal riempirmi di ceffoni. Non cerco nemmeno di scappare o giustificarmi: ho ucciso i loro cani, e solo io capisco questo gesto. Mentre guardo nel canale la prova delle mie gesta mi siedo per terra e guardo il cielo alle nove e trenta del mattino. All’improvviso uno dei due padroni guardandomi così tranquillo e consapevole capisce, cerca di convincere l’altro che mi si perdoni. Vorrei a quel punto che i due proprietari dei cani si unissero a me mentre prendo a calci le carcasse senza vita dei poveri animali: i carabinieri arriverebbero sul posto e non capirebbero che cazzo sta succedendo!
Lavoro come agricoltore nella vigna, la collina, i filari, la casa padronale. Entro nel garage per rubare il vino che non bevo e gli attrezzi da meccanico, sfruttando il fatto che i miei datori di lavoro sono amici di famiglia: mi conoscono, per questo si fidano di me; non mi conoscono, per questo si fidano di me. Mi stanno anche simpatici, ma voglio rubare lo stesso. Devo ricordarmi di parlare di questo fatto ai miei amici: loro devono sapere esattamente come sono fatto, altrimenti non potrebbero fidarsi. Magari scrivo un pezzo su questo argomento, così voglio vedere se, raccontando queste cose a degli sconosciuti, essi saranno clementi o si terranno metri e metri di distanza. Mentre penso tutto questo nel silenzio della rimessa, il mio datore entra e mi sorprende con delle bottiglie in mano. Per lo spavento le faccio cadere. In pochi secondi mi illumino! Comincio a parlare: spiego di aver fatto questo per far capire a una persona normale che non potrà mai più vivere senza sospettare. Naturalmente egli non mi sta ascoltando: è sconcertato. Vengo licenziato e lui penserà a me trovandomi ignobile e patetico. Solo in parte è vero.
Una ragazza carina si avvicina, parla con me durante una situazione. Cerco di farle presente che razza di merda io sia, e lei non capisce! Non riesco a concepire il suo errore di valutazione, ella non sente il cuore rivelatore che batte sotto le assi di legno del pavimento. Cerco nel dialogo scritto una qualsivoglia forma di chiarimento. Tengo sempre le distanze, la offendo sottilmente per via di alcune sue mancanze in cose basilari per la vita, come la cucina o i rudimenti di meccanica. Ella si lascia colpire e non cede, non vede che sono un soggetto meschino, che allontana coloro che vogliono stare vicino. Provo un incommensurabile piacere nel dire no quando il buon senso dice “approfitta! Approfitta!”. Delirio di onnipotenza! Abbatto la regola dello stronzo che accetta lo scambio di fluidi corporei al prezzo di non essere completamente se stesso. Il gioco della seduzione mi provoca la stessa repulsione che comunico io coi miei gesti. Rivedendo la ragazza menzionata capisco che i miei motivi sono dei paraventi che nascondono un inumano disprezzo per il contatto. Ella aveva solo buone intenzioni e mi sarei sentito meno ignobile se avessi approfittato di queste sue ultime.
Il primo semestre (su)
Quando inizia un anno — gennaio, il mese dannato — vi credete più morti che vivi, sepolti dai libri, incombenze incredibili. Mollate gli studi, per favore! Vi rendete conto benissimo che il numero di cose nuove ed interessanti che imparate in università è bassissimo. Vi preoccupate delle nozioni come se davvero vi interessassero — non è così. Lamentosi nel pub della città universitaria di turno dannata, sorseggiano e scorreggiano discorsi deprimenti, accusando gli stessi principi fondanti. Mattinate raggelanti che io vivo passeggiando nei campi, cercando di destreggiarmi fra questi intropiditi sedicenti studenti,
che battono i denti inconsapevoli del fatto che in un paesaggio freddo è il corpo l’unico generatore di caldo. State studiando? Ah! Per quale motivo? A chi servirà la vostra laurea? Qualcuno vi sta costringendo? Lo studio che praticate adesso può essere svolte autonomamente in un altro sistema? Gennaio pone quesiti, e voi non li apprezzate perché siete impediti. D’altronde, chi vorrebbe uscire a fare due passi con questo freddo? Io sto tutto il giorno fuori, con questo freddo!
Febbraio: il mese in cui non succede niente. Ricorrenze etimologicamente prive di relazioni col gergo si festeggiano per dare un senso al tempo. Mi dimentico con gioia il martedì grasso e san Valentino mentre cammino su di un marciapiedino col passo dello stronzo, un manifestino mi comunica un modo alternativo per interpretare il 14 febbraio, vestigia di un Carnevale che aveva un senso un tempo. Io tiro dritto ,penso e continuo a passeggiare al freddo.
Marzo: cambia la temperatura. Annuso l’aria, la transizione che la gente apprezza aprendo la finestra smettendo di preparare la minestra. Una scusa per iniziare generico. Dopo il vostro inverno letargico — presi bene, bella lì — scuotete le gambe pronti a carpire i nuovi fermenti che vengono sempre da fuori per voi, mai attivi! Sembra sempre che siano gli alberi, gli animali e le case a rendervi vivi. Invece, quando ci penso, capisco di essere io a impedire a me stesso: se non esco di inverno è perché fa troppo freddo; io esco indifferentemente che ci sia poca o tanta gente, voi, merde!, aspettate l’autorizzazione di una situazione, “bella raga, è marzo!, ricomincia la vita!”. La differenza fra voi e un animale è quasi nulla, che vi si privi dei pollici.
Ad aprile vi aprite, venite al mondo. Potevate stare dove eravate: io vado in giro con laser, mazze ferrate, spade e coltelli per farvi capire che qui siete voi che non c’entrate. Tutti? Beh, questa è un po’ azzardata. Credevate mi fossi offeso quando mi avete vilipeso? Adesso esigo eseguo condanne, avverto la polizia che vi state fumando le canne! Pronto, questura? Questa gente non si cura della natura! Credono di rispettarla non mangiandola e non uccidendola, ma non sanno che l’allevatore assassino è l’uomo che conosce meglio il destino degli animali stessi: la sua vita inizia e finisce con quella del maiale, mentre voi mangiate verdure comprate al supermercato! Siete lontani dai fenomeni terrestri che nei vostri discorsi tanto avete decantato. Nasce nel sangue il mio rivolgermi a voi in aprile: facile, per voi, iniziare l’anno al quarto mese.
In maggio immagino quello che si nasconde dietro l’allegria, la leggiadria di ragazze che non sanno quello che fanno. Mi sfiorano: io mi consumo nell’acido cloridrico prodotto dal mio stomaco, mi allontano dal fenomeno, cerco una ragione degustano frutti di stagione, stabilendo una proporzione fra il vostro essere allegri per l’imminenza della vacanza e la mia consapevolezza di cosa sia la reale tristezza alla fine di una vacanza che non è ancora cominciata. Sono proprio una merda, però riesco ad essere contento solo per il fatto che il paesaggio cambia: quello che voi chiamate contorno per me è sempre contorno, ma riesco a farmelo bastare. Il 22 maggio penso a natale.
Giugno: anche in giugno non succede niente. Alcuni si rodono a causa dell’obbligo scolastico, masticano intenzioni e proiezioni di voler fare cose: ma che belle giornate di sole! Se per caso piove, riuscite nuovamente a dare la colpa al tempo. Per quanto tempo ancora vi farete condizionare dalla stessa aria che condiziona anche me, ma in modo diverso?
Il secondo semestre (su)
Metto pantaloni non troppo corti a luglio: da quando in qua il caldo è una scusa per girare nudo? Il vantaggio è poter dormire per terra dove cazzo mi pare. Posso fisicamente abitare ogni luogo, mentre voi siete già in agitazione perché non trovate un modo per riempire il vostro tempo libero. Alla fine finite in vacanza al mare o ad esplorare città che voi vivete tutte in modo uguale invece di osservare: tanto il bello del viaggio per voi è sempre e solo raccontare. Tutto quello che vi rimane è una serie di zero e uno, fotografie ordinate nella cartella del vostro computer.
Ad agosto svolto l’angolo. Siete spariti! Non abitate nessuno dei luoghi dove per mesi vi siete riuniti. Posso contare su pochi stronzi che insieme a me esplorano città deserte: dovrebbe essere sempre così. Non voglio sapere dove siete, so che presto tornerete, non avrete altre informazioni da me su periodi di tempo che non volete conoscere. A fine agosto rispolverate le vostre angosce, siete stizziti per le poche soddisfazioni avute tra le cosce con qualche persona che nemmeno vi conosce. Vacanze vuote: nemmeno il tempo di annoiarvi per riconsiderarvi il ritorno a casa, dovete riabituarvi perché non avete mai abitato in modo serio. Dimenticare sarà utile. Il 29 agosto grigliata per stabilire che non è finita! Passo per strada, annuso la vostra griglia, e stabilisco che l’estate è finita.
Sono nato il 13 settembre, e qui vi aspetto. Non sono mai andato via. Vedervi fiacchi e stanchi, in balìa degli eventi, mi mette allegria. I miei fermenti settembrini mi rendono acuto, attraverso la strada mentre tu resti sul marciapiede a guardare un negozio chiuso. Non fai niente, ti sei accorto che il tuo anno è finito e ti senti tradito dal fato, banalmente. La mia vendetta sulla gente è guardarvi a settembre dispersi nel tempo
di cui a me non importa ormai più niente, iniziativa distrutta dall’aspettativa. Adesso sei pronto a rinchiuderti in qualche luogo aspettando il freddo che arriva.
Ottobre e novembre mi regalano soddisfazioni: mentre tu ti rompi i coglioni, io passeggio in collina e guardo gli uccelli migratori. Anche una piastrella, simbolo di niente, è uno stimolo permanente. La nebbia non mi ostacola: cambia solo il paesaggio, ma niente si sposta. Voi piangete dicendo che la vita si arresta; io sorrido pensando che se fosse vero succederebbe qualcosa di nuovo. Mentre scoppio a ridere da solo, tu mi chiedi “perché ridi? Nessuno ha detto nulla”. “No, no, niente, ridevo per una cosa che stavo pensando”.
Dicembre è un mese lungo. Vi date da fare molto nel mettervi a posto preparando voi stessi in fretta alla fine del mondo. In fondo sapete che non succederà assolutamente niente: è solo che vedete gente intorno a voi che si muove, che dimentica le cose vecchie per dare spazio a quelle nuove. Faccio quasi fatica a ricordarmi che nuovo o vecchio non ha importanza per me. Parassito la vostra gentilezza mentre sgridate la mia lentezza nel fare certe cose. Io mi preparo allo shock di chi si accorge che a mezzanotte tutto ricomincia, ed è tutta colpa di un paio di scansioni temporali ideate per rendere più organizzabile la vita. So che non vi importa, ma non è vero, dai, vi vedo sempre oziosi, lamentosi, non avete il senso della misura, non capite il tempo.
I batteristi (su)
Competizione testosteronica fra batteristi: è straziante vedere prima dei concerti questi soggetti che fanno esercizi per confrontarsi nell’ennesimo scontro, a metà fra palestra e finezza. Alcuni di loro puntano sulla resistenza, alcuni, smanicati, spargono il loro sudore. Ventilatori, asciugamani, gente che picchietta sui bordi di metallo perché ormai va fatto, costosi piatti a cui vengono dati due colpi in mezz’ora e poi tornano a posto nella loro custodia, in un trionfo di perversione collezionistica. Vedo batteristi fare esercizi di ginnastica curando di essere osservati, oppure assorti in espressioni di estasi mistica, perché “cioè è troppo bello lasciarsi prendere dalla musica”. Cazzate!, una serie di facciate che male nascondono una pretesa di esprimere un ruolo. Voglio sentire patapìm patapùm patapàm (Eminem!) e basta!, non mi interessa scoprire quali persone aderiscono alla migliore forma di batterismo, non faccio distinzioni fra batteria acustica, percussioni e batteria elettronica azionata da bottoni, tra chi non legge gli spartiti e chi invece prende lezioni, tra chi pesta sui tegami e chi spende soldi in strumenti troppo cari. Vorrei soltanto che in questo campo gli ormoni stessero fuori, vorrei che certi gesti perdessero di significato, vorrei tornare a casa dai concerti colpito da quello che ho sentito e non da quello che ho guardato: il peso della performance è inutile. Preferisco battere in ogni momento possibile su ogni oggetto disponible quando lo ritengo voglibile. Licenze poietiche, licenze batteriche, licenzio i turnisti e le ragazze che devono mettersi la minigonna per suonare – che è pure scomoda – perché l’immagine della batterista grezzona è logica e funziona. Tuttavia l’unico suono che produce una gonna è lo strofinio quando si toglie o si mette: ditemi, quindi, a cosa serve? Apprezzerei se una batterista pensasse a suonare invece di trasformare il concerto nell’occasione per l’ennesimo surrogato del “che cosa mi metto?”. Supporto chi riesce a interessarmi, dagli altri mi aspetto che gli si rompa uno strumento in modo che io possa raccoglierlo e tenermelo. Vado pazzo per i pezzi della batteria rotti.
Le armi (aka Il pezzo jam) (su)
Ero una celebrità dopo l’exploit di Jean-Claude Van Damme nel film Lionheart: eran gli anni ’80, ogni persona credeva nelle proprie abilità, si utilizzava il fax. Ma il tempo stava passando, il mio utilizzo stava scemando, dai film di primo ordine ai telefilm di ultimo rango, non mi si vedeva in tv, non mi utilizzavano più, al mio posto fucili/bazooka/pistole, non più gesti comandati dal cuore: solo dolore. Avrei potuto salvare migliaia di persone, se solo mi avessero prestato la dovuta attenzione. La tomaia delle suole vola, sono un calcio in faccia, uno alla gola, una mossa spiazzante: signori e signore, sono il calcio volante.
Ti vengo incontro e digrigno i denti, ma mi ridi in faccia per i movimenti lenti. Mi scaravento come una lancia. Mi schivi e ti spaventi. È iniziata la caccia, primo colpo, il tuo braccio teso avanti. Non ti prendo ma riprovo, anche stavolta non ti offendo, tranquilli, qualcosa me lo invento, un mossone astuto e lento. Va verso gli amici per fare una scommèss, ti avvicini, ma io vini vedi vici, ti pungo, ti spingo e ti attacco l’aids. E adess che cosa ci vuoi fare? Manda un SOS, ma non hai molto per campare, compare. È probabile che accada, ecco come posso esser letale, io, la fottuta spada.
Quando lancio hadouken ti colpisco sulla cute: è un colpo speciale che fracassa tante nuche. Il mio avversario trema con i piedi tra le buche, se previo avvertimento gli ho lanciato due hadouken. Bolla di energia che distrugge armi tessute, una di quelle mosse che andrebbero taciute, perché se la imparate con una persona mite potreste fare i bulli e dominare nella lite. Quando lancio hadouken posso fare ciò che voglio, abbraccio la fortuna manco fosse un quadrifoglio, ottengo del rispetto presso tutto il condominio. Da quando l’ho imparata mastico sempre dell’aglio, perché le tipe sbavano quando lancio questa mossa, e avere tipe a carico può scavarmi la fossa. A volte è meglio avere un buon alito che spossa, così le tipe scappano grazie all’effetto scossa. Sempre in primo piano la questione dell’hadouken, sempre in primo piano la questione dello stile. Unendo le mie mani ricarico le pile, e lancio un colpo fico neanche troppo commerciale. Quando lancio hadouken tutto trema tutto intorno, si scuote l’aria, trema, e la notte cambia in giorno. Cavalcarla è come cavalcare un unicorno, massima potenza ed esplode anche Saturno. Quando lancio hadouken ti colpisco sulla cute: è un colpo speciale che fracassa tante nuche. Il mio avversario trema con i piedi tra le buche, se previo avvertimento gli ho lanciato due hadouken.
Oh, io mi son sempre chiesto… ma, se esiste Iggy Pop, perché non esiste anche Iggy Hip-Hop o Iggy Rock o Iggy Funky, eccetera eccetera?
Sto sotto, ma rido. Sono sotto, ma rimo. Da sotto ti arrivo. Il tuo sonar è carino, ma io aspetto: sto fermo e zitto, ti sparo un siluro che di sicuro ti becca nel—a poppa. La tua nave affonda. Sono il mezzo tattico adatto per vincere la guerra fredda, mentre sto nell’acqua fredda il mio reattore nucleare mi riscalda. In estate lancio le mie testate nucleari sulla costa. La gente in spiaggia: morta. Propulsione idrica, così nessun apparecchio mi individua. Il mio colore è grigio scuro, sono il novembre nero al riparo dagli sguardi. Il mio comandante programma assalti bastardi. Che cosa vuoi farmi? Gli equipaggi che stanno in spazi stretti compressi negli abissi sono dei soggetti stronzi. Non ci mettono né uno né due né tre né quattro né cinque né sei a nuclearizzarti. Non hai nemmeno il tempo di accorgerti di quanto io sia sleale, perché sei già in mare, aggrappato ai rottami della tua nave. Non sono commerciale come un attacco aereo, oppure lento come una battaglia navale. Non sono pirla come un attacco terrestre. Affondo flotte, distruggo coste, e tu puoi solo pensare che potrebbe essere stato chiunque: chi lo sa? Io e basta. Sono la distruzione senza terrore che da sott’acqua ti devasta.
Lo sapevi che il primo sottomarino fu progettato da Leonardo, quello delle margaruse ninja?
Sto nel buio di un cassetto di solito, ma a volte no: esco, eh? Faccio parlare di me. Sì, sono un coltello da cucina, sì, ma vengo usato ad uso improprio come arma. Sono il testimone di orrendi crimini domestici. Problemi con tuo marito, vuoi risolverli, sì sì? Con il coltello puoi riuscirci, sul divano mentre dorme, in camera, sul letto, mentre fa la doccia, sembro Hitchcock, ho detto. Dentro casa delitto perfetto. Mi piace tagliare carne, sì, che sia il tuo collo o un filetto, sì, quando esco dal cassetto con tanto di brevetto Miracle, USD (?), ma datti al wrestling, (?) il 3 di Blade, serie perfetta e pure questa è fatta, yo. Tra le varie opinioni, Chef Tony mi ha rotto i coglioni. Inox acciaio inossidabile filettatura indistruttibile manico in gomma: fuggirmi è impossibile. Pane salame persone affetto tutto, senza eccezione, arma da competizione, coglione, non puoi stare tranquillo, taglio taglio, taglio anche per sbaglio.
Secoli e secoli fa ero il king: nelle lotte il più forte, dal basso verso l’alto. Faccio un disastro quando lancio. La mia ira è tenuta stretta da ‘na corda che mi strozza. Va tagliata dopo aver preso la mira, capito? Quando colpisco sai la gente “ndo’ ariva aò”. Ho una forma di cucchiaio ma che cosa tiro mo’ solo i massi, altro che cereali senza grassi. Butto giù castelli, lascio soltanto i brandelli, polvere, bambini morti. Pivelli, mi presento: scomodo, grosso, richiedo frotte di persone per fare anche soltanto un passo se mi chiamano. Mastodontico come un mammut senz’anima. What’s your name? Catapulta! Ormai nessuno mi sfrutta qui, ma nel passato ho regnato in tutte le guerre cruente. Sempre presente, io mai assente ho segnato il mio passaggio. Massi contro massi ben messi, ho lasciato sfregi sè. Senza compromessi: sono grezzo, di legno e ti levo dal cazzo.
Squiz squiz spruz squiz. Squiz spruz squiz. Giovanotto, cosa fa con un nebulizzatore in mano? Sono un giovane lavavetri, e sto lavando i vetri in treno. Dei bambini incuriositi della mia strana professione non sanno che son qui per compiere una missione. Io canto e strofino e pregusto quando vedrò, in pochi minuti, gli effetti del mio spruzzo. La sostanza che irroro irrita la gola, arrotola la lingua e arroventa l’epiglottide. E in tempo assai rapido v’è tosse e sternuto. Ma non dir che son cattivo, non togliermi il saluto. Contiene polveri e vetri, pepe e bacilli, ma anche essenza alla vaniglia e aroma ai mirtilli. Toglie spazio all’idillio dell’umano cicalecchio. Zittisce il qualunquismo, la chiacchiera e il sofismo. Quando il pendolare prende a parlare, parla male degli altri. Parla solo di soldi, d’IVA e fatturati. Parla contro gli immigrati, mentre invece gli immigrati parlano a volumi troppo alti. È una samba che rimbomba di pensieri a vanvera. La mia mente cerca pace. Lima, sfreme e pondera. Per questo la mia tattica è poco enfatica, non è barbarica, io spruzzo la vendetta con eleganza aristocratica. Ogni spruzzo è carismatico, esotico, exotico. Ha l’allure di un salotto con organetto e vibrafono. È un flacone rivestito di pelo di peluche. È proprio un bel bijoux. Lo metto nella trousse. È comoda da usare sia in metro che in bus. Tu dici che è un’arma chimica, mostrandomi il tuo scontento, ma non vedi che importanti son la classe e il portamento. Se mi date una mansione con artisti e mecenati, controllo i miei polsini che siano ben inamidati. E per darmi quel tocco dell’Alta Società, la mia arma mi conferirà un je ne sais quoi. Me ne innaffio un po’ addosso con virile indifferenza, perché l’uomo del futuro conosce il fascino dell’essenza, ma usa quest’essenza per combattere il male, e dimostrare agli uomini di usare meglio le parole.
Amici miei, non dovete guardarmi. Volete rilassarvi, non è mai troppo tardi. Sono l’arma dell’invito allo sciallo, anche senza sballo il divano non lo cogli mai in fallo. Però fallo: siediti, sdraiati. Non preoccuparti dei più avidi. Vieni da me, saranno loro stupidi. (cicci udini? ceci umidi?) Basta che non siete luridi. Vi prego, non sporcate i miei cuscini lucidi. Sono qui. Vi chiamo. Vi guardo. Vi sgamo. È ora, baby, stiamo aspettando ormai già da un anno, ci stiamo arrabbiando. Una volta su di me non potete fare niente. Tanta gente è costretta a fare niente. Cerchi gente per farti favori, che magari è già in piedi. Ma chi credi, tutti seduti cosa credi. Siete pronti, cotti a puntino, dopo un altro e un altro spino sul mio cuscino. (Tac!). Scatta il riposino. (O-ta-tat-tà). Scatta il riposino.
L’outro (su)
Ragazzi, concentrazione yoga di fine lato.
in “le armi” la terza strofa dovrebbe essere “hadoken” senza la U, se la memoria non mi tradisce…
Nico
7 mar 09 alle 02:31
la grafia è indifferente, però sembra che sia più utilizzato “hadouken”.
Mexicat
13 mar 09 alle 20:44
Bè, io mi riconduco alla grafia classica di Street Fighter (bei tempi)… Comunque se può interessare per la precisione filologica i suoni all’inizio e alla fine de”I Batteristi”pare provengano da un videogioco tascabile di tennis(i cosiddetti scacciapensieri).O almeno così mi avevan detto…
Nico
18 mar 09 alle 22:25
a me pare che siano suonerie classiche nokia…
Mexicat
18 mar 09 alle 23:11
Secondo me ha ragione Nico riguardo la musichetta. Quando l’ho sentita la prima volta ho avuto la sensazione di una musichetta molto familiare, ma che non sono riuscito a ricondurre a niente. Ho pensato a Pac-Man, ma è proprio diversa. In effetti da piccolo avevo uno di quei giochini.
ilSignorCarlo
19 mar 09 alle 01:39
In tutta sincerità l’avevo chiesto a Rico dopo il concerto a Brescia in cui aprivano per Caparezza, poi non sono sicuro se fosse tennis o calcio… Non chiedetemi come avessi fatto a tirar fuori una domanda così assurda!
Nico
21 mar 09 alle 13:41
[testo delle metafore, trascritto. grazie!]
–
E’ una prima parte. Spero sia d’aiuto.
Un Saluto
Emanuele
7 apr 09 alle 20:53
grazie mille, completato & pubblicato
Mexicat
14 apr 09 alle 17:55
L’Outro però ha qualche parola:”Ragazzi, concentrazione yoga di fine lato”.
Nico
15 apr 09 alle 19:16
Questo è il testo di “I gesti di cattiveria” che sono riuscito a comprendere.
http://pastebin.com/fd99011d
Ho inserito nel pastebin anche le parti che non sono riuscito a capire… ah, “appatto” sarebbe da cambiare con “a patto” nel caso che sia giusto…
Complimenti per il sito. :)
asukicco
9 mag 09 alle 17:45
non è “appatto”, è “abbatto” – o almeno io sento così e ha senso nel testo.
grazie mille!
Mexicat
12 mag 09 alle 12:44
[trascritto, grazie!]
poolshark
19 giu 09 alle 19:54
questo è il testo de “i batteristi”
credo/spero non contenga errori!
saluti,
poolshark
19 giu 09 alle 19:54
[fine del testo delle armi, trascritto. grazie!]
la punteggiatura è opinabile e un paio di parole non le ho proprio capite anche dopo decine di ascolti. Non so le inclinazioni di mexicat, ma io “bijoux”, “trousse” e “je ne sais quoi” li metterei in corsivo.
Ps. guardatevi l’umile montaggio che ho fatto per omaggiare questo pezzo: http://www.youtube.com/watch?v=r3dclorWO18
Ipergorilla
23 lug 09 alle 17:38
[testo dei semestri, trascritto. grazie!]
giorgio
29 lug 09 alle 10:46
[testo dei mezzi di trasporto, trascritto. grazie!]
seipuntotrentasette
12 ago 09 alle 15:35
chi sono i tipi de “le armi”(preferibilmente in ordine)? grazie in anticipo
bosone x
16 ago 09 alle 13:54
non ne ho idea. so solo che quello del sottomarino è napo :)
Mexicat
18 ago 09 alle 23:11
Ho appena trascritto “il primo semestre” vi serve? come lo mando: mandatemi una mail a britcf17@live.it
dmt
9 nov 09 alle 22:07
Giustamente già fatto da un piu abile ascoltatore :) mi ritiro
dmt
9 nov 09 alle 22:11
[...] dicembre: i due semestri sono completi, e di conseguenza lo è anche Laze Biose. Evviva [...]
Su le mani per il rap • I testi degli Uochi Toki
5 dic 09 alle 19:42
ma quindi ne “l’estetica” dice
“…bisogna scrivervelo sotto a caratteri TOTALITARI”
totalitari? ?_?
Andrea
15 gen 10 alle 19:54
http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/T/totalitario.shtml
per estensione, “caratteri molto grossi rispetto al resto”
Mexicat
16 gen 10 alle 01:43
In “Le Armi”, nell’ultima strofa, dove avete scritto “(E ma dai?)” a me sembra proprio che dica “Che magari”.
<>
Cosa ne dite?
ilgabarezza
25 feb 10 alle 21:47
Vi è un errore nel testo di “Le Città”. C’è scritto “Nettuno è più pulita di Roma”, mentre dice “Nettuno è più cosmopolita di Roma”.
ilgabarezza
28 feb 10 alle 22:20
giusto ad ambedue. grazie!
Mexicat
28 feb 10 alle 22:45
perhcè “il 22 maggio penso a natale”?
Giovanni
22 mag 10 alle 13:40