La chiave del 20
Uochi Toki / Eterea Postbong Band, 2007
- Trailer
- Scle-dance
- In Medias Res
- Rotta per causa di Egon
- La chiave del 20
- Brus Bros
- In da Club
- Salsa bianca
- Babèk (Ketama Beat)
- Dal club alla strada
- Scle-trance (Bada ai lamenti)
- La colazione coi campioni
Trailer (su)
La chiave del 20, una produzione Uochi Toki / Etera.
Musicisti che non hanno nulla da perdere.
(Uh! Uh! Uh!)
Un mondo che non gli appartiene.
(Ooooohhhhh)
Informazioni top secret.
(Oh, c’ho ’n’idea, oh me dovete ascoltà, ascoltateme)
Intrighi internazionali.
(Zitti, zitti, brutti italiani razzisti di merda!)
(Cosa ci facciamo noi qui, adesso? Ascolta)
(Chi è? Chi è? Chi stracazzo è?)
Nulla di quella notte deve essere dimenticato.
Scle-dance (su)
Quanti viaggi
quanti viaggi ci facciamo con la musica,
la nostra macchina del tempo
accendiamo i motori
siete pronti? Si va!
…quanti viaggi…
In Medias Res (su)
“Eeeh, Napo!!”
“…sì, sì…”
“E allora Napo? Come andiamo?”
“Bene, bene”
“Hai una scheda Lele?”
“Come no!”
“Ti stai divertendo?”
“Sì mi sto divertendo! Guarda, mi sto divertendo tantissimo!”
Cosa ci faccio io qui?
Cosa ci facciamo noi qui, adesso?
Ascolta! Puoi sentirlo? Il flusso del tempo sta cambiando, ci riporta a questo pomeriggio quando…
“Sono Egon!”
“Apriamo un attimo a Egon… oh, bella Egon!”
“Ciao ragazzi, come va? Che state affà?”
“Giocando”
“Oh, vi ho portato una svolta per la serata”
“Eh, capirai!”
“Oh, c’ho ’n’idea, oh me dovete ascoltà, ascoltateme!”
Rotta per causa di Egon (su)
Siamo memori delle precedenti esperienze noi. Perché dimenticarsi delle accadenze disperse? Perché non utilizzare neologismi quando si conoscono le parole corrette? Perché non applicarle in una situazione pratica? Il sentimento che mi porta oltre la linguistica, oltre la grammatica, oltre la sintattica. Non capisci cosa dico, è logico: dico cose che adesso non ti servono — e sottolineo adesso — ed ancora non si capisce il nesso tra la mia lingua neologica ed una situazione neologica anzi, neosituazionica se badiamo alla semantica.
Se parliamo della settimana scorsa, invece, vi racconto di quando io ed altri 6 stronzi siamo andati per discoteche con in tasca poche copeche, senza capigliature ingellate o giacche firmate — che detto tra noi sono i roiti, gli scarti, la sintesi fatta male, lo styling popolare dello styling di alta classe. Il nostro corpo è fatto al 70% di acque — ed è questo che stavo pensando mentre in televisione c’era Axel che spiegava chi sono i rappers a chi produce monete false nascosto nelle balze della vita criminale, mi squillava il cellulare.
Pronto? Bella Rico! Sei lì con Lele, Gigi, Pol e Rigon ed un loro amico che sembra Egon, state giocando a Medal of Honor e Ghost Recon quando, in preda all’ebrezza, Egon istesso confessa di essere in grado di forzare l’uscita di sicurezza di un particolare modello di porta che per lavoro lui monta in locali e discoteche come questa, questa o quest’altra, un’occasione del genere non possiamo sprecarla! Mmh, non so Riccardo, le discoteche mi stanno sul cazzo, sono ambienti del cazzo, dove le persone pensano solo a drogarsi e lucidare il… cazzo ma noi lì dentro shockeremmo come il ghiaccio dentro l’olio caldo! Saremmo il disastro, la voce fuori campo che lascia basito l’avventore distratto dall’alcool o da altro! Pensa che smacco portarsi il Fele e lasciarlo libero come un dinosauro ad applicare il suo concetto di svago! Mi hai convinto, andiamo!
Quando c’è da fare il pirla in giro io mi metto in tiro con i vestiti da lavoro, che sono gli stessi che uso in casa o quando suono, o quando mi vesto al volo, o quando non vado a un matrimonio perché non ho nemmeno un pantalone buono, sono tutti macchiati di vernice, non possiedo camicie, solo magliette e felpe e solo un paio sono pulite. Cosa dite, mi metto le scarpe preferite oppure quelle nuove? La questione non si pone: possiedo un solo paio di scarpe — chiuse — e le metto in qualsiasi stagione, il deodorante mi fa irritazione, mi lavo i denti, ma solo per evitare una carie e che un dentista mi faccia pagare. Viste le premesse è inutile parlarvi di radermi o pettinarmi: ragazzi, ci metto un secondo a prepararmi! E poi mi becco con gli altri, mi porto di certo lo zaino pieno di armi, attrezzi ed un libro di Dostoevskij — slang giovanile. Siamo tutti pronti, vestiti come stronzi, presi bene dai discorsi, con i nostri furgoni tedeschi provenienti da depositi esteri, revisionati da disonesti, ci crederesti? Metalmeccanici accondiscendenti che tengono bassi i prezzi e che risolvono i problemi, non ti cambiano solo i pezzi. Arriviamo dietro al locale coi fari spenti e la cassetta degli attrezzi, anche se Egon dice che basta una chiave del 20, e mentre forziamo gli ingressi nascosti degli approvvigionamenti io riesco a chiedermi: cosa penseranno gli altri dei miei recenti cambiamenti di opinioni sulle frequentazioni di locali? Capiranno i miei intenti trasversali oppure traviseranno come al solito ascrivendomi obiettivi banali? Che importa? Alla peggio avrò imparato qualcosa, ad esempio ad aprire questo modello di porta.
La chiave del 20 (su)
“Vai vai!”
“Occhio, aspetta, occhio!”
“Ok, vai!”
“Oh Egon ha detto…”
“Che fai? Che fai Rico? È la 20 questa!”
“Oh cazzo, è vero!”
“Vieni!”
“Dai, aveva ragione! Oh si sta aprendo, si sta aprendo! Occhio occhio!”
Brus Bros (su)
“Guarda quella…!”
In da Club (su)
E siamo dentro, ci stiamo troppo dentro. Siamo un manipolo di gonzi che niente c’entrano con gli splendidi che qua dentro si divertono. Facciamo quelli che presenziano (aaahhhh). E basta questo a fare in modo che tutti quanti si accorgano che all’ingresso gli organi di controllo mancano.
Buttiamo un occhio alla struttura: un pregevole esempio di architettura, un crossover tra Neverland e la bruttura edilizia tipica della cultura di massa degli anni ’90, che finirà inutilizzata e poi squattata come lo ZK ad Ostia. Le pareti sembrano fatte di marzapane o di ostia. Le rifiniture sono la parte preziosa esposta (money money money). Giustificano il fatto che l’ingresso qui dentro costa. È il club grosso, dove si trova la gente giusta e che conta: gente che si devasta con classe e che ti devasta le case.
Ed eccoci qua: siamo in sette, con le nostre scarpe di classe, le nostre giacche di classe, i pantaloni che mettevamo in classe. La pista è piena di ragazze che si notano a distanza come delle svastiche e che impressionano le persone spastiche che non possiedono svanziche. Abbiamo gli zaini pieni di tattiche. Forza ragazzi: sparpagliamoci! Facciamo più danni sociali possibili, rendiamoci riconoscibili. Dai nostri zaini spuntano alcoolici, cavi elettrici, testi borbonici, amori platonici, microfoni olofonici, gli occhiali con le molle ed un fischietto da arbitro. Pol e Gigi fischiano mentre ballano, s’ingranano non di cocktails ma di Vermouth Carpano. Mentre i due Lele ed il Fele intrattengono l’avventore medio con storie di mitiche grappe fatte in case che sanno di legno, le fighe di legno provano sdegno, svengono come le demoiselles nel ’700 stritolate dal corsetto. Presto: la respirazione bocca a bocca.
Ed ecco che scatta il contenzioso. Il barista iroso (rrrrrrrh) si accorge che viene introdotto e diffuso nel locale dell’alcool in modo abusivo. Diventa sospettoso. Mentre Riccardo si avvicina curioso alla console e si accorge che lui e il DJ si conoscono. Condividono quindi i segreti da fonico e… ed io non so che minchia fare, riesco solo a passeggiare in modo instabile per il locale. Quand’ecco che trovo un corridoio nuovo che odora di cloro. Lo percorro curioso, con il passo frettoloso, brioso come Dawson, scrupoloso come Mason, masturbativo come… Cristo!, ma qui c’è anche una piscina! Gente mezza nuda e vicina. Qualcuno limona, qualcuno tira una palla, qualcuno tira la cocaina. Molto bene. Mi guardo in giro con attenzione. Ragazze che serviranno a qualche proiezione nella mia immaginazione per le future seghe. Mi sento un genio del male, risata interna, l’ebrezza sale, sono elegante come un operaio del sale, ma vale la pena tentare: “Ciao ragazza, tra i miei fans c’è Caparezza. Ti andrebbe di fare la sostituta della mia mano destra per fare un’ottima minestra?” Compro nei supermercati dove c’è convenienza. Sono l’alternativa non richiesta al rap gangsta ed è la prima volta che faccio uso della mia presunta influenza per impressionare una donzella mai conosciuta né vista. La ragazza mi fa capire chiaramente che se non offro da bere o droghe posso andare a fare il coglione altrove. D’altronde cosa posso pretendere io che mi soffio il naso nelle mie maniche, ed ho tutta una serie di caratteristiche che non ti sto a spiegare perché siamo nel locale? La musica è alta, gli altri della banda si divertono uno sproposito, io mi siedo in un angolo e rosico perché come al solito gli altri si divertono con poco ed io ci provo a fare come loro, ma quando le situazioni sono già scritte dentro il grande libro delle situazioni io mi rompo i coglioni, cazzo! Vado in bagno, perché l’odore di merda mi ricorda che alla fine la gente qui dentro è umana.
Nel club, nel bagno del club, ragazzi e ragazze tatuate, ferraglie a palate incastrate nelle cartilagini bucherellate conferiscono ed indicano diversa estrazione sociale. Gente diversa, ma che si droga uguale. L’unica cosa che non si droga qui è il rubinetto (bella rubinetto!). Funziona perfettamente. Il miscelatore si adatta immediatamente alle mie esigenze di tiepidità. Mi lavo la faccia per fare qualcosa. Appoggio una mano allo specchio, sento freddo e questo mi gasa. Adesso basta. Rompo i coglioni agli altri finché non torniamo a casa, perché sono un guastafeste. Muovo le scarpe. Ripercorro a ritroso le situazioni incontrate. Le persone tatuate piegate in due stramazzano o dormono mentre i disegni che hanno addosso reclamano il significato perduto. La ragazza in costume che ho interpellato piange sul divano perché ha bisogno di qualcosa di più umano di una polvere o di un distillato. Chi limona o si strusciava se n’è andato. Probabilmente stanno tutti sborrando o sbadigliando contemporaneamente. Sicuramente uno dei due non si diverte. Le ragazze settecentesche invece discutono animatamente sulle successive mete, scontente e scontatamente attaccate ad un maschio definito dominante più per cultura di massa che per oggettivo valore. Il Fele ed i Lele sono già fuori dal locale, sul furgone a cazzeggiare, mentre Riccardo finisce di parlare con il padrone in merito ad un finale da rilevare. Anche Pol e Gigi se ne vogliono andare. Hanno perso il fischietto e ci accordiamo per trovare da mangiare mentre il barista mi guarda male perché avrei dovuto consumare. Mentre esco dalla porta — principale, stavolta — trovo per terra una banconota. Basta poco a farmi contento: Dio porco, venti euro! Bella raga, kebab per tutti!
Salsa bianca (su)
Babèk (Ketama Beat) (su)
(strumentale)
Dal club alla strada (su)
Discoteca tangenziale falene fanale finale col Fele che dorme e strade morte, svolte a destre, rotonde, rombano gli alberi a camme, mentre gli altri pescano le ultime canne, io disegno un diagramma a canne, statistiche, torte, mastice nelle palpebre down egomane, mi chiedo se sia lo stesso per un eroinomane, forse non ho il permesso di sentirmi simile, paragone azzardato: nel mio malessere le sostanze non hanno mai interferito. Non ho il diritto di essere compatito oppure additato ed odiato oppure sopportato e copiato. Domani mattina sarò in piedi alle nove e un quarto, non esiste il momento in cui sono annebbiato e non so bene cosa ho fatto e detto perché l’ho dimenticato. Chi mi capisce, metafore viscide, il party finisce, ti senti bruciare come il tuo albero di natale, la tua voce appare e scompare come un albero di natale. La qualità non ha il tuo nome, ti sveglierai sdraiato sulle poltrone, paragonato a bottiglie vuote, antidolorifici! Antidolorifici! Questo è ciò che andrai cercando. Come stai vivendo il tuo down post festa? Davvero mi interessa. Io sono lucido più di una finestra aperta, la mia tristezza è complessa e completa e compressa e compresa tra le pareti di lamiera di questo veicolo che mi riporta a casa insieme a gente che non bada alla strada e parla dell’impresa compiuta. Non sono un aspirante suicida, non ascolto Ok computer, faccio bilanci a serata conclusa e mi chiedo “scusa, ma non si era detto che avremmo messo a soqquadro il concetto di divertimento? Che ci saremmo baloccati con questo e con quello? Che avremmo contrastato con sinergia l’idolatria della gente qualsiasi per i divertimenti da svolgersi nei sabati?” Invece siamo qui a compiangerci nei miei infiniti plurali maiestatici di come siamo stati fragili e fradici di poca influenza, di come trabocchiamo di impudenza ma non riusciamo mai ad usarla. È come avere in tasca solo monete da una dracma. La differenza tra il vostro impreciso distacco e la nostra reale indipendenza è troppo sottile, troppo facile da negare, tanto che potrebbe annegare nella tua bocca quando porti alle labbra il bicchiere mentre la stai per pronunciare. Non hai scuse. Conosco chi riesce a bere o fumare o manipolare la percezione senza farsi soffocare nelle spire della confessione e compassione e congestione e concessione. Il problema sta altrove. Lo cercherò in un’altra situazione. Domani mattina alle ore nove chiudo lo schema e sono in furgone. Mi attacco al finestrino e rido con le persone che si divertono ancora, nonostante sia finita la missione, l’ammissione che devo fare è che la depressione per me dura al massimo un paio di mezzore. È assolutamente naturale il fatto che io sia peggiore di te perché non voglio avere scuse. Faccio rap che viene dalle strade, soprattutto da quelle per andare nei posti e per tornare nelle case.
“Che botta, oh, cazzo”
“Mio il divano”
“Pijalo”
“Chi è che c’ha le papelle?”
“Io. Là sopra”
“Guardiamo qualcosa?”
“lo sapete cosa mi andrebbe troppo da dio?”
“Ritorno al futuro?”
“No, troppo botta”
“Io mi guarderei Twin Peaks. Una puntata.”
“L’avete visto voi?”
“Dai con le musicazze”
“Non l’ho visto, l’ultimo”
“Vai vai allora”
“Metto su”
“Cazzo che fatica”
Scle-trance (Bada ai lamenti) (su)
(strumentale)
La colazione coi campioni (su)
In piedi: difficoltà motorie lievi, risolte a colpi di spremute e lieviti. Sono le 10 e 11, domenica mattina: vietato saltare quesiti esistenziali (sono fondamentali per saltare le prossime fasi). Mi sento molteplice e difficile, come i casi nella terza declinazione, inseriti in frasi che parlano della nostra situazione. Non so dirti quale soffitto di quale abitazione starò guardando appena sveglio quando tu ascolti questa canzone, non perché mi sveglio a casa di troie o perché sono un viaggiatore, no! È colpa della casualità, del fatto che sono sempre a contatto con tipologie differenti di persone. Ricapitolo: mi sono svegliato in un salotto ingombro di stronzi che ancora dormono, dopo un sabato da etologo corrotto dall’ambito, insieme ad amici che si divertono quando divellono i contesti che rivelano i gusti i modelli gli aspetti di coloro che non divergono, anzi!, che quasi si vergognano nel rendere un luogo che sembra scomodo. Mangio la carne cruda come un varano di komodo, scrivo su basi coi rullanti che pestano, giro coi fratelli anche se il rap non lo ascoltano, e anche se lo ascoltano, e anche se lo ascoltano poco! Insomma, non appartengo ad un ambito basato su di una iconografia/audiografia che non sento mia, dove vengono sistematicamente condannate le mie cause e le mie scelte. Ciò nonostante io e la mia gente siamo dei rappers, perché abbiamo il background, compiamo delle imprese e le raccontiamo alle orecchie tese ragionando in modo diverso dalle altre teste, per ricordarti che non serve tener chiuse le porte alle feste per lasciare fuori la peste, perché arriva sempre uno stronzo con la maschera rossa che ti ricorda che è normale che la gente muoia: bella Edgar! I rappers hanno il compito di parlare e ragionare e fare le gag: il resto lo lascio a te, compresi i clap, che li sanno usare bene solo gli Autechre. È mattina, il mio cervello lavora in maniere produttiva e continua. Sono le 11 e un quarto, tocca svegliare la gente pigra.
I fratelli sentono il mio impatto. Il Fele era sveglio già da un pezzo; butta giù tutti gli altri a calci dal letto gridando di petto: “forza ragazzi! Il sole è già alto, meglio svegliarsi a mezzogiorno che alle 4! Per riprendersi bisogna fare pranzo!”. Ed io sono già dietro a cucinarlo da tempo, senti il profumo che ti sventolo: la colazione dei campioni, minestra ai cavolfiori, pasta col sugo ai peperoni. Vi rompo i coglioni solo perché vi voglio cattivi, attivi, attivo tattiche contro le depressioni e contro gli antidepressivi. Bentornati nel mondo dei vivi, siamo quelli che preparano pranzi immensi con pochi scellini. Ho voglia di fondere il bronzo come Benvenuto Cellini, voglio inondare i dark cretini non di raggi solari, ma di luci artificiali. Siamo le alternative sociali al vivere vite regolari, ed al vivere vite regolari dove regolarmente si finisce drogati nei locali. Insomma, noi siamo alternativi, anzi, alterativi, anzi, alternati come la corrente, anzi, trasversali come il niente che tu riesca a immaginare. Facciamo le vostre stesse cose ma non in modo uguale, viviamo le mattine sopportando pranzi coi parenti e quadretti piccolo borghesi in cui siamo dentro ma da cui veniamo fuori. Guardaci scrivere, come la mosca nel video di Guttenberg; guardaci vivere, come paragoni ermetici con quello che non puoi conoscere; guardaci mangiare, come la domenica mattina dopo una serata hardcore, siamo allegri anche se domani andiamo a lavorare col mal di testa regolare: tanto è normale non andare in pizzeria quando c’è da prenotare, o guardare le ragazze degli altri mangiando pasta in brodo, forse minestrone, visto che adesso ci sono 106 discoteche come succursale di altrettante 106 farmacie. Quindi compriamo una console e la utilizziamo finché non ci viene voglia di azione. Domenica mattina il salotto sembra un campo di concentrazione: sigarette spente, gente che mangia in ogni posizione! Siamo l’esercito, gli zingari del campo nomadi, gli intellettuali che discutono al Rotary, i pizzaioli nordici, pizzeria Bella Napoli (anziani), siamo gli anziani dentro i bocciodromi, beviamo acqua succo di frutta e vini economici. Se ci telefoni passiamo a prenderti (a che ora?). Quando ci interpreti lasciamo perderti, perché con Rico sui tecnici, Feletti agli impianti elettrici, i postbonger energici gemellati con chernobyl, diamo il giusto peso ai sabati, ti scateno una guerra che nemmeno te la immagini, guardiamo in faccia la domenica nei suoi aspetti tragici.
Su le mani per il rap! Anzi no: avanti il rap!
(Raga, sono egon…)
Shh shh no shh nono shh nono, non apriamo, eh, shh, zitti, non sa che siamo qui… non sa che siamo qui
Ma vede la luce, shh, zitto, ti sente, spegni, spegni!
(Oh, mi aprite? Sono Egon, sono Egon, mi aprite?, mi aprite… oh, che fine avete fatto? Oh raga, oh, sono Egon…)
Il disco degli Uochi Tochi / Eterea potrebbe costituire una truffa.
La chiave del 20 potrebbe non aprire alcuna porta; in caso contrario gli Uochi Toki / Eterea declinano ogni responsabilità.
Autorizzazione ministeriale richiesta.
[testo di "in da club", trascritto. grazie!]
Luca
8 apr 09 alle 18:53
ai primi ??? secondo me non è “svuotata” ma “squattata”(da “squat”) e le voci in sottofondo subito dopo dicono (credo)”money money money!”
Nico
11 apr 09 alle 20:12
@Nico: mi sa che hai ragione.
ilSignorCarlo
12 apr 09 alle 10:19
[testo di "trailer", trascritto. grazie!]
poolshark
19 ago 09 alle 11:29
[testo di "scle-dance", trascritto. grazie!]
poolshark
19 ago 09 alle 11:30
[testo di "in media res", trascritto. grazie!]
poolshark
19 ago 09 alle 11:30
[testo di "rotta per causa di egon", trascritto. grazie!]
poolshark
19 ago 09 alle 11:31
non ho granchè da fare in questi giorni :)
poolshark
19 ago 09 alle 11:31
[testo di "dal club alla strada", trascritto. grazie!]
seipuntotrentasette
23 ago 09 alle 20:41
ROTTA PER CAUSA DI EGON
“state giocando a Medal of Honor e Ghost Recon”
seipuntotrentasette
23 ago 09 alle 20:46
ah ecco, ghost recon :D
“dal club alla strada”
secondo me dice metafore viscide!
poolshark
30 ago 09 alle 09:15
Sì, può darsi!
Ultimamente l’avevo ascoltata con delle cuffie da fonico (ahah!) e mi sembrava dicesse “edifiche” (tipo la metafora della casa, cose del genere). Ma se la risento ora che me lo hai detto mi sembra effettivamente che dica “viscide”. Mah.
Attendiamo riscontri
seipuntotrentasette
10 set 09 alle 21:31
Ho optato per “viscide”, grazie! :)
Wick
13 set 09 alle 08:24
[...] poolshark e seipuntotrentasette per averci dato una grossa mano con La chiave del 20, al quale oramai mancano solo due [...]
Medal of Honor e Ghost Recon • I testi degli Uochi Toki
13 set 09 alle 08:45
[testo della "colazione dei campioni", trascritto. grazie!]
FreakBlue*Pam
18 ott 09 alle 22:45
Ottimo, grazie del testo. Lo inseriremo presto.
Riguardo la parte dei club, credo dica:
“il resto lo lascio a te, compresi i club , che li sanno usare bene solo gli Autechre”
ilSignorCarlo
20 ott 09 alle 10:03
“compresi i clap che li sanno usare bene solo gli Autechre”
seipuntotrentasette
30 ott 09 alle 13:48
[testo della "colazione dei campioni", trascritto. grazie!]
Fonti
6 nov 09 alle 14:52
ci sono alcune imprecisioni, manca il pezzo “che li sanno usare bene solo gli autechre”, e un paio di ?…e non avevo visto che ve lo avevano postato sopra!
mettendoli insieme dovrebbe uscire bene…
Fonti
6 nov 09 alle 14:55
“Feletti agli impianti elettrici”
:)
seipuntotrentasette
8 nov 09 alle 23:57
“risorti a colpi di spremuta e…”
seipuntotrentasette
9 nov 09 alle 00:00
[...] testi della chiave del 20 sono completi (si spera). Grazie a tutti quelli che hanno collaborato, li trovate nei [...]
Su le mani per il rap • I testi degli Uochi Toki
21 nov 09 alle 17:21