I testi degli Uochi Toki

un lavoro masochistico

Cuore amore errore disintegrazione

Uochi Toki, 2010

Uochi Toki - Cuore amore errore disintegrazione

  1. Appena risalito dall’abisso,
  2. mi sveglio da straniero in un luogo mai visto prima, tuttavia,
  3. dato che per me è naturale trovarmi spaesato nei non-luoghi,
  4. mi basta udire voci lontane per sentirmi a casa ovunque,
  5. permettendomi artifici spontanei,
  6. gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste,
  7. violando le conseguenze che la violazione dei sacri limiti tra due persone comporta…
  8. …no, sto sbagliando in qualcosa, il nervoso ed il quieto si alternano freneticamente
  9. dando origine al più incomprensibile dei mali
  10. che mi esaspera fino ad esplodere la realtà in molteplici “adesso”.

In costruzione.

Appena risalito dall’abisso, (su)

Squame gialle, nere e prestiti dai rettili. Pavimento il mangiandosi del resto angoli e soffitti, mentre sconfitti nascondigli con sguardi che trapassano i tetti, i cieli, i davanti, i dietri. Sono due occhi fiammeggianti enormi, veloci come timori, immensi come mondi che ci s’inventa noi da soli, come soffio, coda e spine in grado di vedere me mediante gli occhi e gli atti di una popolazione immaginata istantanea con le caratteristiche filtrate nel Signore Oscuro. Pur essendo fuori e dentro, pur plasmando a mio piacimento lo spazio-tempo, io, pur avendo generato gli estremi e gli oltri di questo mondo, non riesco a prenderlo, a sottoporlo al suo terrore freddo del disprezzo superiore caldo nello sciogliersi e ricomporsi nel vuoto che forgia ogni sua diversa manifestazione. Dove la sua tana è casa non è mai quella. Il drago mi sfugge, entra ed esce come vuole dalla mia terra-testa. Smettila di giocare al piccolo ermetico: approfondisciti e spiegalo, questo imprendibile! Ma cosa vuoi spiegare, il mondo onirico a parole in modo univocamente comprensibile? È per questo che vedo scritto “bisogna leggere non il significato ma lo spirito”, tutto quello che le parole non dicono. Allora perché non stiamo zitto o diventiamo mimico? Tanto l’ascoltatore non distingue se stesso dal pubblico. Intanto rendiamo pubblico questo gettito che sarà sempre superficiale – poi chi vuole avrà tutti gli strumenti per tracciarne l’impianto radicale. Le radici tracciate vengono individuate e non sentite come proprie. Nessuno può essere te! Sbagliato: noi posso essere gli altri, quindi è probabilissimo che la situazione si ribalti, e i risvolti continui che ottieni con gli assassini^ degli estremi, i veri semi della dicotomia. Troppo complicato: noi me ne vado nel sogno lucido, un cruciverba nel dormiveglia. Che cosa trovi nello svago di un sogno? Sul fondo hai sempre quel punto di contatto tra te e l’altro! Non gridate, fate piano: ci sono cose che dormono diverse dal drago. Giusto, facciamo casino, facciamo un disastro! Casino? Disastro? Di’ un po’, ma chi ti insegna la lingua? Un libro? Una professoressa? Resta in parte e guarda in mezzo a gente che non parla ma pensa. Abbiamo visto? Che personalità intensa. Sembra quasi che io non siamo uno solo. Siamo un sistema, un accordo, un tavolo coi segnaposto. Posto che l’attività cerebrale si sta faccendo meno frattale e più sequenziale, meno fluida e saporitamente ruvida, meno acuta, più funzionale: credo proprio che io ci stiamo per svegliare. Una vistosa violazione grammaticale, detta errore, cosa significa?

mi sveglio da straniero in un luogo mai visto prima, tuttavia, (su)

dato che per me è naturale trovarmi spaesato nei non-luoghi, (su)

mi basta udire voci lontane per sentirmi a casa ovunque, (su)

permettendomi artifici spontanei, (su)

gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste, (su)

violando le conseguenze che la violazione dei sacri limiti tra due persone comporta… (su)

…no, sto sbagliando in qualcosa, il nervoso ed il quieto si alternano freneticamente (su)

dando origine al più incomprensibile dei mali (su)

che mi esaspera fino ad esplodere la realtà in molteplici “adesso”. (su)

© Uochi Toki
Ultima modifica: 4 settembre 2010

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  1. permettendomi artifici spontanei,

    Un amico si presenta a casa mia alle quindici e trenta. Porta con sé la sua ragazza. Il campanello suona. Io apro. Loro entrano. Si accontentano di succo di frutta e biscotti. A volte mi capitano dei pomeriggi vuoti, che occuperei guardando cartoni animati, giocando con i videogiochi. A volte questi pomeriggi vengono solcati dai volti noti. Seduti al tavolo, io, un mio amico, una ragazza, un aggettivo possessivo: sua. Lei è zitta. Seguo la conversazione con gli occhi. Io mi chiedo cosa lei stia pensando. Il suo ragazzo mi chiede di tenerla d’occhio per qualche ora fino al suo ritorno: deve andare in qualche posto, vuole disfarsi ad ogni costo di questa occhi da cerbiatto. Io accetto. L’amico mi saluta, esce, chiude uno sportello, consapevole del fatto che, fidandosi del sottoscritto, ha vinto un viaggio di qualche ora, lontano da una persona con cui non parla tanto.

    E siamo qui: mi giro e la osservo. Il suo sguardo è vuoto come il Mu, in questa casa non abbiamo la TV, e questa tipa straripa di una voglia matta di avere un dialogo, di aprire la bocca. Lo capisco dal fatto che fin’ora è stata zitta. Io non sono un vero uomo, sono un parcheggio, dove gli uomini si fidano a lasciare le loro donne in macchina ad aspettare. Ed io non sono un parcheggio, sono una scavatrice. Schiaccio le vostre auto vuote, pulite. Scarico lavastoviglie tra il volante e il parabrezza. Ti piace questo mio modo di fare? Io ti sfondo la Golf in modo irreparabile, poi mi prendo la tua colf sessuale, e ci mettiamo a parlare fino a che non si riempie. Il cerbiatto di cui sopra non si distingue. Non arriva ai ventiquattro o ai venticinque. Storia dell’arte, comunicazione, oppure lingue.

    Io dico: “Bene, adesso il tuo ragazzo si è dileguato nel niente, lui adesso non c’è, giochiamo alle signorine che prendono il tè?”
    “Cosa intendi?”
    “Voglio dire che nella mia testa c’è un interruttore che quando voglio bypassa a comando ogni interesse di natura sessuale.”
    “Ma così diventi gay!”
    “Ma così diventi stupidina! La persona omosessuale è un’invenzione cattolica, che inscatolava dei comportamenti normali per gli esseri umani, per poter dare un’identità al male e arrostire dei poveri cristi, che oggi chiedono diritti come tutti, e che spesso fomentano i dualismi. Al posto di distruggere dei generi, ne creano di sempre più fissi. Nuovi stili nei sessismi. E’ per integrarsi tra i generi diversi che io spengo i miei interessi imposti e mi concentro sugli individualismi. Mi individui? Voglio solo tu capisca che non sto cercando di provarci.”
    “Sì ma non c’era bisogno di farmi questo discorso!”
    “Ammetto che forse la mia spiegazione è un eccesso di zelo, che mi rende più ambiguo, e tu capisci di meno, ma ne ho bisogno, perché io cerco di tenere esposto quello che gli esseri umani di solito tengono dentro e nascosto.”
    “Mi piace, ho capito. Premi quel pulsante. Spegni gli interessi con un dito. Per qualche motivo adesso mi fido, anche se sembri costruito. Ora sono serena.”
    “Molto bene. Ora possiamo andare insieme a spaccarci di tè e paste alla crema fino alle sei di sera. Così mi spieghi quello che non capisco del tuo ragazzo, che è mio amico.”

    Divertimento uguale merenda, amiche, discorsi sull’amore. A volte invento aneddoti falsi come questo in cui l’ascoltatore possa calarsi, per spiegargli dei fatti di cui non potrebbe capacitarsi. E’ questo il mio cyberpunk! In un futuro presente senza passato, senza nemmeno una macchina volante, o un espediente narrativo che possa buttarti nel “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley. Io sono qui che m’impegno, non per affermarmi, ma per avvisarti che ci sono umani diversi da quelli che puoi trovare informandoti. Sbiadisco l’immagine di me stesso e del cerbiatto che mangiamo dolci dallo stesso piatto. Rimango solo io che parlo, quasi contento, con questi suoni intorno, sopra, sotto. Nessun canone, nessun contesto. Questa non è musica, è un artifizio spontaneo di qualcuno che vede oltre l’umano. Piano piano arreda il vuoto.

    “Ma il vuoto non lo puoi arredare!”
    “Dai, cerbiatto… Fammi dire le mie stronzate da mago!”

    /

    Non vedo l’ora di ascoltarlo tutto e non capirci niente!

    Ale

    5 set 10 alle 18:22

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