Quando abbiamo firmato il contratto per l’appartamento, gli impiegati dell’agenzia erano andati letteralmente in subbuglio, e attorno all’ufficio si era radunato un capannello di gente che rideva e discuteva indicandoci in maniera sfacciata. Non è stato difficile capire che, molto probabilmente, ci avevano fatto un prezzo gonfiatissimo, di certo impensabile per le loro tasche. Ma come spiegare loro che con 170 euro al mese a Venezia non ci paghi neanche un magazzino allagato al pianterreno? La stessa ragazza dell’agenzia mi ha detto che il suo stipendio si aggira tra i 1000 e i 3000 yuan mensili (100-300 euro), a seconda di quante case riescono a piazzare, e lavora in media 10 ore al giorno.
Certo, per quanto Pechino sia considerata dai cinesi una città piuttosto cara, il costo della vita non è minimamente paragonabile. I cinesi questo lo sanno o lo intuiscono, dato che nella capitale lo sport preferito è “frega lo straniero”, il cui obiettivo è sparare prezzi anche dieci o venti volte superiori, e gli sprovveduto naturalmente ci cascano, salvo poi scoprire di aver pagato 200 yuan una maglietta che un cinese comprerebbe a 15.
Una volta, andando alla Grande Muraglia, ci è capitato addirittura che il controllore dell’autobus ci abbia fatti scendere per dirottarci verso dei tassisti abusivi!
Inizialmente il controllore ci aveva detto “questa linea non porta alla grande muraglia, la gente che va al capolinea sono tutti abitanti del luogo”, poi, vedendo che non ci credevamo minimamente, ha detto “gli autobus sono scomodi, con loro (i “tassisti”) arrivate molto prima”. Noi, un po’ per la sorpresa un po’ perché la gente intorno si stava spazientendo, siamo comunque scesi. Dopo alcune trattative esasperate con i sedicenti tassisti, per una cifra ridicola siamo stati accompagnati sul tratto di Jinshanling.
In realtà, è vero che l’autobus non portava direttamente al sito, bensì ad un piazzale dove, per pochi spiccioli, si poteva prendere un minibus! Lo stesso che poi abbiamo preso al ritorno e che per 4 yuan (40 centesimi) ci ha riportati al capolinea. Quando siamo saliti, un ragazzo del posto si è avvicinato a noi e ci ha chiesto un po’ perplesso “come avete scoperto di questo autobus?”.
A noi quella storia dei tassisti non ci era andata proprio giù, ma parlando con un signore inglese un’idea del perché ci avessero trattati in quel modo ce la siamo fatta:
“Lei come è venuto qui?
“Ho preso un taxi.”
“Dalla contea qui vicino?”
“No, da Pechino.”
“Sul serio? E poi come fa a tornare, chiama un altro taxi?”
“No, ho chiesto al tassista di aspettarmi qui un paio d’ore e poi di riportarmi a casa”.
“Davvero? E quanto ha speso?”
“600 yuan.” (circa 60 euro)
Quasi tutti gli stranieri che abbiamo incontrato sulla Muraglia erano manager, diplomatici, dirigenti in gita con famiglia o amici. In generale, tutti professionisti di “alta categoria” che vivono nella zona più moderna e ricca di Pechino e che probabilmente non hanno mai preso la metropolitana o un autobus in vita loro. Assieme ai turisti, questo è il genere di “waiguoren” a cui i Pechinesi sono o erano abituati.
Gli studenti stranieri, che anno dopo anno hanno iniziato ad affluire in massa nella capitale, stanno sovvertendo questo stereotipo, e temo che non non ci metteranno molto a diventare “waiguoren” di serie b: più volte ho sentito commenti sprezzanti (“ma come, gli ho fatto un così buon prezzo, straniera pidocchiosa” °_°) da parte di commercianti e autisti, perché mi sono rifiutata di trattare a certi prezzi, o perché dicevo di preferire i mezzi pubblici.
Emblematico è il caso di un gruppo di amici in gita a Xi’an, dove la guida ad un certo punto fa: “ora andiamo a visitare un laboratorio di artigianato artistico. Ma non dite che siete studenti universitari, dite piuttosto che siete degli europei in viaggio di piacere.”
“Perchè?”
“Perchè altrimenti non vi fanno entrare.”
“E per quale motivo?”
“Beh, è risaputo che gli studenti non comperano nulla!”
Rompipalle